giovedì 14 agosto 2008

Dopo troppo

Sono qui a spiare le tue gambe o quel che ci sta sotto, probabilmente.
Abbiamo preso l’ultimo treno che ci riporta a casa, qui li chiamano treni.
Ma sono tutti dentro la città.
Take the A train, suonava il Duca, io e te non eravamo ancora nati.
Strolling fifth avenue, strolling the big apple, questo si.
Dammi il tempo per decidere, se mi conviene, se sono ancora in tempo per.
Andiamo fuori stanotte. Stiamo, non torniamo, nessun dove, nessun perché.
Stiamo fuori.
Che ci importa, niente, nulla, chiedimi perché ti guardo. Perché.
Forse è solo fisico, forse non costruiremo niente, chi lo sa.
Epperché dovremmo costruire, impiantare l’ovulo del domani, perché?
Andiamo fuori, tu ed io, senza meta, senza sapere, senza.
Andiamo.
Adesso.
Per favore.
Te lo chiedo io, ora.

venerdì 11 aprile 2008

Jokes

Sto per tradirla, lo sento, mi sta partendo nella testa qualcosa che non so fermare e , quel che è peggio, non voglio.
Da troppo tempo ci penso e quando ci rimugino, prima o poi, lo faccio.
È vero, potrei fermarmi appena un attimo prima, assaporare la prossimità della vittoria poi tornare indietro: un coito interrotto mentale.
Ma non lo farò, mi hanno tagliato i tubi dei freni, il liquido scorre per terra, la discesa è già iniziata.

Stamattina mi ha baciato sulla bocca e se n’è andata, come ogni mattina. Ho un giorno di ferie: tutto per me e per te.
Esco un attimo, devo comperare qualcosa per pranzo, non posso invitarla qui e non offrirle uno stuzzichino, un minimo di buone maniere bisogna mantenerle.
Torno con la borsa della spesa, pane, olive, formaggini francesi, vino bianco di Franciacorta.
Sto preparando e intanto canticchio “Just the way you are”: Billy Joel mi è sempre piaciuto. Ricordo che tenevo il testo appiccicato alla porta della mia camera. Penso di averla ascoltata migliaia di volte e di non averla capita del tutto.
Mi piaci cosi come sei, non provare nuovi vestiti, non cambiare il colore dei tuoi capelli, rimani come sei, come ti hanno fatta.
Cerco l’avventura con qualcuno diverso da te, almeno ci provo. Non so perché, o faccio finta di non saperlo.
Il motivo è semplice: devo sapere come sei fatta, non ce la faccio più. È un po’ che ci sto studiando sopra, sto perdendo sonno e fantasia, come in quella canzone napoletana.
Devo curare questo male, omeopaticamente, con la malattia.

Ho spostato il tavolo tardo brianzolo e ho apparecchiato per terra, come se fosse un pic-nic indoor. C’è anche il cestino comperato all’Ikea, quello falso inglese con le stoviglie di plastica: che cheap.
Ti ho dato l’apri-cancello, così puoi scendere nel sotterraneo e entrare in casa mia senza farti vedere, ho dei vicini onnipresenti, non posso rischiare.
Sento aprire la porta del garage, freddo sotto la lingua, faccio un respiro: it’s showtime, si va in scena.

Tacchi sulle scale, passi conosciuti, i tuoi, ti accolgo col migliore dei sorrisi, quello che non sfodero tanto spesso, è poco coniugale. Prendo in consegna giacca e borsa, lentamente, mentre ti guardi in giro, scrutando una stanza che hai già visto altre volte.
Amici di famiglia, io e te.

Questo mi blocca all’improvviso, lei è la tua migliore amica, ed è mia moglie. Scrupoli? Adesso? Non pensarci nemmeno, questo è il punto di non ritorno.
Driin, la porta.
Ci guardiamo.
Aspetti qualcuno? - dici.
Io scuoto la testa - No, no, chi vuoi che sia.
Driiiiiiiin. Più nervoso. Chi può essere, dallo spioncino vedo un viso, è lei.
E adesso?
Rapido, ci vuole una soluzione, dai pensa. Apro?
Non apro?
Che faccio?
Sa che sono a casa, conosce la mia pigrizia.
E in quel preciso istante tu hai già aperto a lei.
Freddo sotto la lingua, adrenalina, ancora.
- Ciao che ci fai?
- Dimentichi che abito qui? Ciao sei venuta a trovare il mio maritino?
- Si doveva portarmi il preventivo. Già che c’era le ho proposto un aperitivo.
- Grande idea, allora mi unisco, se non do disturbo.
- Chi tu? Dai non scherzare.
- Che dici mi fermo?
- Certo – rispondi tu – ti aspettavo.
- Aspettavi? Allora…
- Caro il mio maschio, ci sei cascato. Che credevi? Che avrei fatto fessa lei per te? Mi sei simpatico, vero, ma da qui a finire a letto con te ce ne passa.
- Ma che hai pensato, io…
- Io cosa – fa lei – neghi l’evidenza? Hai portato il necessario, vero?
- Certo, ho tutto nella borsa.

Ecco perché era così pesante. Ho paura a pensare cosa ci possa essere dentro.

- Avanti amore mio sali le scale, non ho voglia di aperitivo, e non ne ha voglia nemmeno lei.
- Sante parole.

Mi hanno bendato, messo in mutande e legato alla sedia dello studio.
Penso di essere ai piedi del nostro letto, sento odore di lubrificante alla fragola. Adesso tornano alla mente gli sms che ho mandato ieri a lei, che sia il contrappasso? Una leggera paura si sta facendo strada dentro di me e speriamo sia solo quella.

Ho una mano libera, la destra, ma l’avambraccio è bloccato e non riesco a togliermi la benda, arrivano piccole risate soffocate da due voci conosciute.

- Mi volete liberare o no?
- No – è lei che parla – devi aspettare.
- Vero – fa l’altra – adesso tocca a noi divertirci.

Spero che la collezione privata di mia moglie non si sia arricchita a mia insaputa, non vorrei essere io il beta-tester di qualcosa di vergognosamente penetrante.

Rumore di fibbia, metallico, cinghia che si slaccia, no la violenza no, non la sopporto. Aspetto il colpo, niente. Cade per terra, o così mi sembra. Fruscìo di vestiti che cadono, immagino. Adesso non voglio che l’unica parte mobile e libera di me, a parte l’avambraccio, si alzi, mi vergogno.
Cerco di pensare ad altro, funerali, incidenti addirittura, mi sa che non ci riesco.

- Ometto, cerca di dominare i tuoi istinti, lavori troppo di fantasia e lui se n’è accorto.
- Vero , non è bello vedere le mutande a tenda canadese… tendina, mi correggo.

Perché mi è venuta questa idea, perché?
Potevi tentare di farti chiunque ma non un’amica di tua moglie, deficiente.
Ah, la luce, tutto ad un tratto.
OH MIO DIO; NO!

In ginocchio sul letto ci sono loro due, nude, per mano. Bellissime, certo, però a me vengono in mente solo le gemelle di “Shining”.
Niente, la parte mobile è inarrestabile, la vergogna si sovrappone all’eccitazione, e l’ultima vince due a zero.

- S. ti ho mai detto che hai dei bei seni?
- No, ma apprezzo il complimento, vuoi toccarli?
- Posso? Non ti dispiace, caro?
- Per favore…
- Appunto, non ti dispiace.

Tutto avrei pensato tranne che mia moglie potesse accarezzare un’altra donna, e l’altra le sta ricambiando il favore, la scena mi manda fuori di testa.

- Liberatemi, vi prego.
- No caro, volevi fare il furbo, fregarci, nossignore. Siamo più furbe, più amiche della media delle donne, e tu sei solo un povero maschio, vile.
- E adesso?
- Adesso spettacolo per te in esclusiva, appena arriverà l’altro gonzo.
- Chi? Lui?
- Certo che si, doppia coppia. Peccato che voi due non sappiate divertirvi.
- Come…
- Sbaglio o stanno suonando? Vai tu. Già che ci sei qui ci sono le corde, anticipalo sul tempo, che lo mettiamo nella collezione.
- Certo, sarà indimenticabile.

domenica 30 marzo 2008

Al posto di questo

Ce n'erano altri due, fuori, però, dalla cifra stilistica del blog.

Quindi li ho cancellati.

Dancing with myself, le voilà.

M.

giovedì 7 febbraio 2008

Milky Way

Fame?
No, non esattamente.
Sete?
Meglio, combiniamo le due.
Allora?
Mi scaldi una tazza di latte?
Casa mia non è un bar per astemi.
Per favore.
Ok.
Grazie.
Tre minuti di microonde, intanto preparo.
Vado a lavarmi le mani.
Bell’eufemismo.

Cos’è?
Un collarino per gatti.
Ah…
Mettilo.
Ma non stringe?
Un pochino, ma non fa troppo male
Fatto.
Brava.
Perché questa cosa?
Per bere il latte.
Ehhh?
Dalla ciotola, sotto il tavolo.
Si, ma come faccio a berlo?
Con la lingua, cara la mia gatta.

domenica 27 gennaio 2008

I love you madly (παράφρασις)

Interno, notte, camera da letto, luce spenta, Dave Brubeck (“Strange meadow lark” tempi dispari) nello stereo.

“Hai voglia di parlare?”
“Si e no, è stata una giornata pesante. Ti ascolto”
“Oggi sono uscita con il tuo amico. Mi ha portata a pranzo. Anzi l'ho portato io. Chissà se ci teneva veramente. Era un po’ ombroso, non brillante come di solito"
“Ha un sacco di pensieri, l’affare rumeno lo sta assorbendo. Senza parlare dei server… dimmi, sono curioso com’è andata?”
“Vuoi proprio che te lo dica?”
“Le donne. Prima mi neghi il sonno, poi tentenni. Parla, orsù”
“Beh, sai, ero proprio carina...”
“Non mi sembra una novità, in fin dei conti, tu pensa a sorridere che io penso a vendere”
“Ho capito, caro il mio cinico d’accatto, ma se facessi così con tutti i tuoi clienti?”
“Che c’entra, lui è uno dei nostri major accounts, poi non abbiamo detto che era un gioco? Ad un certo punto se le cose non vanno passo indietro, no?”
“D’accordo, mi fai andare avanti?”
“Please, go on”
“Niente, è completamente diverso da come me lo immaginavo. Addirittura tenero”
“Tenero? Ma stai scherzando? Ti ho mai raccontato di quella volta in birreria quando…”
“Yes baby, almeno cinquanta volte. Il vostro viaggetto in Germania. Sono passati otto anni”
“Scusa, non ti interrompo più”
“Io ho giocato un po’ a fare la … beh ci siamo capiti. Copione seguito alla perfezione: minigonna, tacchettino, addirittura l'autoreggente. Mi sono messa a parlare del suo cliente di intimo, per capire a se si era accorto che indossavo un WW, oppure nulla!”
“Nulla? Non l'hai mai fatto!"
“Infatti. Almeno fino a metà pranzo…”
“Ehhhhh? Guarda che è pericoloso, lui non è normale!”
“Che ti succede, sei geloso?”
“No, adesso sono preoccupato”

Interno, notte, camera da letto, luce accesa, John Coltrane (“Lush life” se lo volete sapere) nello stereo.

“C’era bisogno d’accendere la luce? Non è quello che hai sempre voluto?”
“Se rimango io alla guida, si, se mi buttano fuori dall’auto in corsa, no. Io voglio il controllo, condurre il gioco. Ho dato la colpa ai pastis quando mi ha detto che era pericoloso...”
“Non mi sembra che questo gioco sia pericoloso...”
“Ma come parli! Ma ti senti?! Non hai mai detto così... Non è il gioco, è lui! Lui è pericoloso”
“Mi stai facendo confondere... Smettila. Voglio dormire”

Interno, notte, camera da letto, luce spenta, Wayne Shorter (“A remark you made” curiosoni) nello stereo.

“No, c’è ancora una cosa”
“Che c’è?”
“Ma a Dolceacqua…”
“Si?”
“Non eri da solo, vero?”
“Che c’entra? Sapevi che lei voleva vedere il lavoro per l’Ente Statale Energetico, è venuta con me”
“Quindi mi stai dicendo che siete andati a Dolceacqua al Cislonga 4 stelle, noh?!”
“No. Siamo andati a Dolecacqua, e basta. Al Cislonga 4 stelle ho solo cambiato Tutatis e... beh, lei ha fatto pipì”
”Allora siamo pari”
“Pari?”

Interno, notte, camera da letto, luce accesa, Charlie Parker (“Everything happens to me” per esperti) nello stereo.


“Voglio dormire... E poi a te non piace se dormo?! Sono stanchissima non ce la faccio a stare sveglia...”
“Piantala altrimenti ti addormento per sempre...”
“Ehi, che ti succede?”
“Vabbè, dai, hai ragione è quello che forse ho sempre voluto. Ma mi preoccupo per lui”
“Non devi. Non più. Non ora. Era felice credici”

Interno, notte, camera da letto, luce spenta, Lester Young (“These foolish things” listen to the Pres) nello stereo.

“I love you madly”
“Che?”
“Lo diceva al pubblico Duke Ellington alla fine dei suoi concerti”
“Come fai a saperlo?”
“Indovina?”
“E’ pericoloso, credici”
“Mai quanto te adesso, ora piantala e scaldami... ho sonno, fammi le coccole...”