Interno, notte, camera da letto, luce spenta, Dave Brubeck (“Strange meadow lark” tempi dispari) nello stereo.
“Hai voglia di parlare?”
“Si e no, è stata una giornata pesante. Ti ascolto”
“Oggi sono uscita con il tuo amico. Mi ha portata a pranzo. Anzi l'ho portato io. Chissà se ci teneva veramente. Era un po’ ombroso, non brillante come di solito"
“Ha un sacco di pensieri, l’affare rumeno lo sta assorbendo. Senza parlare dei server… dimmi, sono curioso com’è andata?”
“Vuoi proprio che te lo dica?”
“Le donne. Prima mi neghi il sonno, poi tentenni. Parla, orsù”
“Beh, sai, ero proprio carina...”
“Non mi sembra una novità, in fin dei conti, tu pensa a sorridere che io penso a vendere”
“Ho capito, caro il mio cinico d’accatto, ma se facessi così con tutti i tuoi clienti?”
“Che c’entra, lui è uno dei nostri major accounts, poi non abbiamo detto che era un gioco? Ad un certo punto se le cose non vanno passo indietro, no?”
“D’accordo, mi fai andare avanti?”
“Please, go on”
“Niente, è completamente diverso da come me lo immaginavo. Addirittura tenero”
“Tenero? Ma stai scherzando? Ti ho mai raccontato di quella volta in birreria quando…”
“Yes baby, almeno cinquanta volte. Il vostro viaggetto in Germania. Sono passati otto anni”
“Scusa, non ti interrompo più”
“Io ho giocato un po’ a fare la … beh ci siamo capiti. Copione seguito alla perfezione: minigonna, tacchettino, addirittura l'autoreggente. Mi sono messa a parlare del suo cliente di intimo, per capire a se si era accorto che indossavo un WW, oppure nulla!”
“Nulla? Non l'hai mai fatto!"
“Infatti. Almeno fino a metà pranzo…”
“Ehhhhh? Guarda che è pericoloso, lui non è normale!”
“Che ti succede, sei geloso?”
“No, adesso sono preoccupato”
Interno, notte, camera da letto, luce accesa, John Coltrane (“Lush life” se lo volete sapere) nello stereo.
“C’era bisogno d’accendere la luce? Non è quello che hai sempre voluto?”
“Se rimango io alla guida, si, se mi buttano fuori dall’auto in corsa, no. Io voglio il controllo, condurre il gioco. Ho dato la colpa ai pastis quando mi ha detto che era pericoloso...”
“Non mi sembra che questo gioco sia pericoloso...”
“Ma come parli! Ma ti senti?! Non hai mai detto così... Non è il gioco, è lui! Lui è pericoloso”
“Mi stai facendo confondere... Smettila. Voglio dormire”
Interno, notte, camera da letto, luce spenta, Wayne Shorter (“A remark you made” curiosoni) nello stereo.
“No, c’è ancora una cosa”
“Che c’è?”
“Ma a Dolceacqua…”
“Si?”
“Non eri da solo, vero?”
“Che c’entra? Sapevi che lei voleva vedere il lavoro per l’Ente Statale Energetico, è venuta con me”
“Quindi mi stai dicendo che siete andati a Dolceacqua al Cislonga 4 stelle, noh?!”
“No. Siamo andati a Dolecacqua, e basta. Al Cislonga 4 stelle ho solo cambiato Tutatis e... beh, lei ha fatto pipì”
”Allora siamo pari”
“Pari?”
Interno, notte, camera da letto, luce accesa, Charlie Parker (“Everything happens to me” per esperti) nello stereo.
“Voglio dormire... E poi a te non piace se dormo?! Sono stanchissima non ce la faccio a stare sveglia...”
“Piantala altrimenti ti addormento per sempre...”
“Ehi, che ti succede?”
“Vabbè, dai, hai ragione è quello che forse ho sempre voluto. Ma mi preoccupo per lui”
“Non devi. Non più. Non ora. Era felice credici”
Interno, notte, camera da letto, luce spenta, Lester Young (“These foolish things” listen to the Pres) nello stereo.
“I love you madly”
“Che?”
“Lo diceva al pubblico Duke Ellington alla fine dei suoi concerti”
“Come fai a saperlo?”
“Indovina?”
“E’ pericoloso, credici”
“Mai quanto te adesso, ora piantala e scaldami... ho sonno, fammi le coccole...”
domenica 27 gennaio 2008
venerdì 25 gennaio 2008
The neverending story
Click. Buio. Camera da letto. La radio suona in sottofondo.
"Sai, oggi sono uscita con il tuo amico. Mi ha portata a pranzo. Anzi l'ho portato io".
"Brava, mi fa piacere. Ci teneva, me lo ha detto. Eri in debito!"
"Beh, non so se ci teneva veramente così tanto. Aveva un muso, sembrava distratto, ma cosa gli hai detto?"
"Io?!?! Nulla! Anzi... Ma poi com'e' andata?"
"Mmmmmm lo vuoi proprio sapere?"
"No, se non vuoi dirmelo no. Io mi fido di voi."
"Non dovresti allora. Sai mi ero messa carina sotto..."
"Lo so l'ho notato quando sei entrata in ufficio. Ti ho scannerizzata, come al solito. Speravo fosse per me..."
"Ma certo, amore mio, è anche per te. Per noi, per il nostro gioco... noh?"
"mmmm già. E lui, lo ha notato?"
"O si che l'ha notato. Al ristorante ho tenuto la gonna un filo più indietro. Si vedeva la balza dell'autoreggente. E poi si sarà continuato a chiedere se indossavo un perizomino, oppure nulla!"
"Ma daii... Non dirmi che non avevi nulla! Non l'hai mai fatto!"
"Infatti avevo il perizoma. Beh, amore, come quasi sempre, noh?!"
"E glielo hai detto? Guarda che lui è pericoloso, non è normale!"
"Non ne ho avuto bisogno"
"...va bene. Adesso sono preoccupato"
Click. Accendo la luce. Camera da letto. La radio continua a suonare in sottofondo.
"Che c'e' amore, non è quello che hai sempre voluto?"
"Si, forse, ma pensavo di essere io a condurre il gioco. Non gli ho creduto quando mi ha detto che era pericoloso..."
"Ma tesoro questo gioco non è pericoloso..."
"Ma come parli! Ma ti senti?! Non hai mai detto così... Non è il gioco ad essere pericoloso, è lui! Lui è pericoloso"
"Adesso non capisco più niente... Smettila. E spegni la luce. Voglio dormire"
Click. Buio. Camera da letto. La radio continua a suonare in sottofondo ma non la sento più.
"Siete andati al Blue Moon, vero?!"
"Si. Vero. Volevo dirtelo, ma non così. Voi siete andati ad Imperia, noh? nel B&B 4 stelle, noh?!"
"No. Siamo andati ad Imperia. PUNTO. Al B&B 4 stelle ho solo cambiato Tutatis e... beh, lei ha fatto pipì"
"Allora siamo pari"
"Pari? PARI!?!"
Click. Luce. Camera da letto. Click. La radio non suona più.
"Uffa... spegni! Voglio dormire... E poi a te non piace se dormo?! Sono stanchissima non ce la faccio a stare sveglia..."
"Piantala perchè ti addormento per sempre..."
"..."
"Vabbè, dai, hai ragione è quello che forse ho sempre voluto. Ma mi preoccupo per lui"
"Non devi. Era felice"
Click. Buio. Camera da letto.
"Ti amo amore mio"
"Anche io, vieni qui..."
"mmmmm scaldami... ho sonno, fammi le coccole..."
"Sai, oggi sono uscita con il tuo amico. Mi ha portata a pranzo. Anzi l'ho portato io".
"Brava, mi fa piacere. Ci teneva, me lo ha detto. Eri in debito!"
"Beh, non so se ci teneva veramente così tanto. Aveva un muso, sembrava distratto, ma cosa gli hai detto?"
"Io?!?! Nulla! Anzi... Ma poi com'e' andata?"
"Mmmmmm lo vuoi proprio sapere?"
"No, se non vuoi dirmelo no. Io mi fido di voi."
"Non dovresti allora. Sai mi ero messa carina sotto..."
"Lo so l'ho notato quando sei entrata in ufficio. Ti ho scannerizzata, come al solito. Speravo fosse per me..."
"Ma certo, amore mio, è anche per te. Per noi, per il nostro gioco... noh?"
"mmmm già. E lui, lo ha notato?"
"O si che l'ha notato. Al ristorante ho tenuto la gonna un filo più indietro. Si vedeva la balza dell'autoreggente. E poi si sarà continuato a chiedere se indossavo un perizomino, oppure nulla!"
"Ma daii... Non dirmi che non avevi nulla! Non l'hai mai fatto!"
"Infatti avevo il perizoma. Beh, amore, come quasi sempre, noh?!"
"E glielo hai detto? Guarda che lui è pericoloso, non è normale!"
"Non ne ho avuto bisogno"
"...va bene. Adesso sono preoccupato"
Click. Accendo la luce. Camera da letto. La radio continua a suonare in sottofondo.
"Che c'e' amore, non è quello che hai sempre voluto?"
"Si, forse, ma pensavo di essere io a condurre il gioco. Non gli ho creduto quando mi ha detto che era pericoloso..."
"Ma tesoro questo gioco non è pericoloso..."
"Ma come parli! Ma ti senti?! Non hai mai detto così... Non è il gioco ad essere pericoloso, è lui! Lui è pericoloso"
"Adesso non capisco più niente... Smettila. E spegni la luce. Voglio dormire"
Click. Buio. Camera da letto. La radio continua a suonare in sottofondo ma non la sento più.
"Siete andati al Blue Moon, vero?!"
"Si. Vero. Volevo dirtelo, ma non così. Voi siete andati ad Imperia, noh? nel B&B 4 stelle, noh?!"
"No. Siamo andati ad Imperia. PUNTO. Al B&B 4 stelle ho solo cambiato Tutatis e... beh, lei ha fatto pipì"
"Allora siamo pari"
"Pari? PARI!?!"
Click. Luce. Camera da letto. Click. La radio non suona più.
"Uffa... spegni! Voglio dormire... E poi a te non piace se dormo?! Sono stanchissima non ce la faccio a stare sveglia..."
"Piantala perchè ti addormento per sempre..."
"..."
"Vabbè, dai, hai ragione è quello che forse ho sempre voluto. Ma mi preoccupo per lui"
"Non devi. Era felice"
Click. Buio. Camera da letto.
"Ti amo amore mio"
"Anche io, vieni qui..."
"mmmmm scaldami... ho sonno, fammi le coccole..."
C’est une chanson qui nous ressemble
Nota dei titolari: chiedere è lecito e rispondere è cortesia, come ci dicevano da piccoli.
Abbiamo chiesto alla blogger di Oltre lo specchio di scrivere qualcosa per noi.
Lei, da quella gentildonna che è, ha detto si.
Quindi, ecco a voi il primo post di una collaborazione che speriamo lunga.
Grazie Nandina, di cuore.
F+M
“Cosa ci facciamo noi due qui?”
Vorrei chiederglielo.
Vorrei proprio guardarlo negli occhi e chiederglielo.
Vorrei riuscire ad incrociare e a sostenere quello sguardo e, senza farmi fregare questa volta, fargli questa maledetta domanda.
Mi vedo riflessa nello specchio del caffè, alle sua spalle, e mi sistemo una ciocca di capelli agganciandola dietro l’orecchio.
Troppo pettinata, troppo trucco, troppo profumo…
Troppo alla moda, troppo aggressiva, troppo sexy … forse…
Il vestito è troppo corto, gli stivali troppo alti, la scollatura troppo profonda.
Troppo, per un incontro tra due semplici amici che si ritrovano per caso a vivere in una città straniera, per un innocente caffè nel cuore di un pomeriggio di inizio autunno, per due banali chiacchiere sui vecchi tempi.
Ma con noi due niente è mai semplice, niente è mai innocente, niente è mai banale.
Incrocio il mio sguardo nello specchio
“Che cosa ci faccio io qui?”.
Non so rispondere.
Abbasso gli occhi.
Il cameriere arriva alle mie spalle con passo deciso, ma leggero, la camicia bianca impeccabile, il papillon nero, il grembiule…
“Dio, come amo questa città!”
Lui esita un momento nell’ordinare, mi intrometto, ordino io
- Un cafè bien serrè pour Monsieur, et pour moi… un cafè crème, s’il vous plait… - .
Lui sorride della mia nuova sicurezza e della sua stessa esitazione.
La piazza di Saint Sulpice è quasi deserta, come sospesa, appisolata nell’attesa del risveglio della sera, la chiesa severa a fare la guardia, immersa nel rosso fuoco del tramonto.
Anche il caffè è mezzo vuoto, praticamente ci siamo soltanto noi e, qualche tavolino più in là, un gruppo di studenti così silenziosi che è come se fossimo soli.
“Dio come amo questa città!”
« Oh! je voudrais tant que tu te souviennes
Des jours heureux où nous étions amis
En ce temps-là la vie était plus belle,
Et le soleil plus brûlant qu'aujourd'hui
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle
Tu vois, je n'ai pas oublié...
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,
Les souvenirs et les regrets aussi
Et le vent du nord les emporte
Dans la nuit froide de l'oubli.
Tu vois, je n'ai pas oublié
La chanson que tu me chantais. »
“Non è con lui che dovrei essere qui…non dovrei essere qui… ma perché sono venuta?”
Ancora uno sguardo fugace allo specchio. Non mi sono mai considerata bella, non mi sono mai considerata attraente o particolarmente affascinante.
Una tra tante.
Troppo bassa, troppo grassa…
Troppo timida, troppo poco attenta ai dettagli…
A volte mi piaccio, altre mi trovo orribile.
Mi specchio ogni volta che posso, eppure non mi sento ossessionata dalla mia immagine, dal mio aspetto, almeno credo…
Tutto molto femminile, niente di originale, già… proprio quello che ho sempre temuto…
Di certo non sono il tipo che sia abituata ad essere guardata da un uomo, né tanto meno ad essere ammirata.
“Sarà per questo che quando succede la cosa mi turba tanto?”
Domanda inutile e stupida.
Anche se non lo posso vedere io sento che ora lui mi sta guardando, percepisco il suo sguardo posarsi su ogni dettaglio, so che cosa pensa… mi terrorizza, ma è vero, mi piace...
“Basta esitazioni!”
Appoggio il mento alla mano, socchiudo per una frazione di secondo gli occhi e, quando li riapro, incrocio il mio sguardo con il suo senza distoglierlo, per provare a decifrarlo, superando l’imbarazzo, perché forse se riuscissi a capire cosa c’è dietro quegli occhi mi farebbero meno paura.
Provo ad esaminarli con freddezza, con curiosità scientifica, il colore, bellissimo e indecifrabile, l’intensità, quella luce quasi sinistra e magnetica dietro cui sono nascosti pensieri, desideri, segreti che non voglio ammettere di conoscere, ai quali posso solo cedere, o fuggire.
“Fuggire, non è quel che ho fatto fino ad ora?”
« Padam...padam...padam...
Il arrive en courant derrière moi
Padam...padam...padam...
Il me fait le coup du souviens-toi
Padam...padam...padam...
C'est un air qui me montre du doigt
Et je traîne après moi comme un drôle d'erreur
Cet air qui sait tout par cœur. »
“Che cosa ci facciamo noi due qui?!”
Ma al posto di queste parole ne escono altre, leggere, inutili, che non vale nemmeno la pena di ricordare.
Le solite schermaglie.
Io ostento disinvoltura, tanto per non tradire il personaggio che ho deciso di impersonare, o la persona che forse sono diventata, lui è sarcastico, ma non troppo, attirato da questa versione di me che non conosce, ma che aspettava da tempo.
Qualche formula di rito.
– Ma quanto tempo è passato…?
– Tanto, troppo… è bello rivederti.
– Ti trovo benissimo…
– Anch’io… davvero
Il tavolino traballante del caffè ci separa e, come in un tacito rituale, ogni nostro movimento ci avvicina, ma senza farci mai entrare in contatto, non ci sfioriamo, nemmeno casualmente, non parliamo più.
A toccarsi, incuranti del resto, sono solo i nostri sguardi.
Le tazze di caffè vuote tra di noi. Il sole sempre più basso.
No, niente romanticismo, è solo una sfida, un gioco, o un duello, la fine di una partita aperta da troppo tempo.
“Ma quando abbiamo iniziato a darci la caccia?”
Solo che questa volta nessuno dei due vuole perdere, o vincere.
Vogliamo solo sapere come andrà a finire.
Oppure no, siamo solo stanchi di scappare e di inseguirci, perché sappiamo esattamente come andrà a finire.
Pagare, alzarsi, avviarsi all’uscita, insieme.
La stretta sicura ed improvvisa della sua mano intorno al mio polso, l’altro braccio intorno alla vita, la mano poggiata sul mio fianco, e per un attimo il riflesso di resistere, ancora una volta, ma solo per un attimo.
E poi ancora quello sguardo, attraversato da un lampo freddo.
Domani ricomincerò a fuggire e a pormi domande senza risposta.
Ora non mi servono pensieri, paure, domande.
Solo la certezza di quello sguardo, di quelle mani e di quello che promettono.
“Che cosa ci facciamo noi due qui, insieme?”.
« J' m'en fous pas mal.
Il peut m'arriver n'importe quoi,
J' m'en fous pas mal.
J'ai mon amant qui est à moi.
C'est p't'êt' banal
Mais ce que les gens pensent de vous,
Ça m'est égal !
J' m'en fous !
Il y a ses bras qui m'enlacent.
Il y a son corps doux et chaud.
Il y a sa bouche qui m'embrasse.
Ha, mon amant, c' qu'il est beau !
Et puis ' y a l' bal.
Quand je suis dans ses bras, c'est fou.
J' me trouverais mal.
Quand il m' dit : "Viens ! Rentrons chez nous !"
Ah l'animal !
Avec lui, j'irais n'importe où.
L' reste après tout,
J' m'en fous ! »
“Ogni ragazza ha diritto alla sua scena da film…”
- Ce ne hai messo di tempo…
- Anche tu…
- Aspettavo
- Cosa?
- Te. La donna che non volevi ammettere di essere.
- Allora, ho perso?
- No, non direi…
[bacio – dissolvenza]
Abbiamo chiesto alla blogger di Oltre lo specchio di scrivere qualcosa per noi.
Lei, da quella gentildonna che è, ha detto si.
Quindi, ecco a voi il primo post di una collaborazione che speriamo lunga.
Grazie Nandina, di cuore.
F+M
“Cosa ci facciamo noi due qui?”
Vorrei chiederglielo.
Vorrei proprio guardarlo negli occhi e chiederglielo.
Vorrei riuscire ad incrociare e a sostenere quello sguardo e, senza farmi fregare questa volta, fargli questa maledetta domanda.
Mi vedo riflessa nello specchio del caffè, alle sua spalle, e mi sistemo una ciocca di capelli agganciandola dietro l’orecchio.
Troppo pettinata, troppo trucco, troppo profumo…
Troppo alla moda, troppo aggressiva, troppo sexy … forse…
Il vestito è troppo corto, gli stivali troppo alti, la scollatura troppo profonda.
Troppo, per un incontro tra due semplici amici che si ritrovano per caso a vivere in una città straniera, per un innocente caffè nel cuore di un pomeriggio di inizio autunno, per due banali chiacchiere sui vecchi tempi.
Ma con noi due niente è mai semplice, niente è mai innocente, niente è mai banale.
Incrocio il mio sguardo nello specchio
“Che cosa ci faccio io qui?”.
Non so rispondere.
Abbasso gli occhi.
Il cameriere arriva alle mie spalle con passo deciso, ma leggero, la camicia bianca impeccabile, il papillon nero, il grembiule…
“Dio, come amo questa città!”
Lui esita un momento nell’ordinare, mi intrometto, ordino io
- Un cafè bien serrè pour Monsieur, et pour moi… un cafè crème, s’il vous plait… - .
Lui sorride della mia nuova sicurezza e della sua stessa esitazione.
La piazza di Saint Sulpice è quasi deserta, come sospesa, appisolata nell’attesa del risveglio della sera, la chiesa severa a fare la guardia, immersa nel rosso fuoco del tramonto.
Anche il caffè è mezzo vuoto, praticamente ci siamo soltanto noi e, qualche tavolino più in là, un gruppo di studenti così silenziosi che è come se fossimo soli.
“Dio come amo questa città!”
« Oh! je voudrais tant que tu te souviennes
Des jours heureux où nous étions amis
En ce temps-là la vie était plus belle,
Et le soleil plus brûlant qu'aujourd'hui
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle
Tu vois, je n'ai pas oublié...
Les feuilles mortes se ramassent à la pelle,
Les souvenirs et les regrets aussi
Et le vent du nord les emporte
Dans la nuit froide de l'oubli.
Tu vois, je n'ai pas oublié
La chanson que tu me chantais. »
“Non è con lui che dovrei essere qui…non dovrei essere qui… ma perché sono venuta?”
Ancora uno sguardo fugace allo specchio. Non mi sono mai considerata bella, non mi sono mai considerata attraente o particolarmente affascinante.
Una tra tante.
Troppo bassa, troppo grassa…
Troppo timida, troppo poco attenta ai dettagli…
A volte mi piaccio, altre mi trovo orribile.
Mi specchio ogni volta che posso, eppure non mi sento ossessionata dalla mia immagine, dal mio aspetto, almeno credo…
Tutto molto femminile, niente di originale, già… proprio quello che ho sempre temuto…
Di certo non sono il tipo che sia abituata ad essere guardata da un uomo, né tanto meno ad essere ammirata.
“Sarà per questo che quando succede la cosa mi turba tanto?”
Domanda inutile e stupida.
Anche se non lo posso vedere io sento che ora lui mi sta guardando, percepisco il suo sguardo posarsi su ogni dettaglio, so che cosa pensa… mi terrorizza, ma è vero, mi piace...
“Basta esitazioni!”
Appoggio il mento alla mano, socchiudo per una frazione di secondo gli occhi e, quando li riapro, incrocio il mio sguardo con il suo senza distoglierlo, per provare a decifrarlo, superando l’imbarazzo, perché forse se riuscissi a capire cosa c’è dietro quegli occhi mi farebbero meno paura.
Provo ad esaminarli con freddezza, con curiosità scientifica, il colore, bellissimo e indecifrabile, l’intensità, quella luce quasi sinistra e magnetica dietro cui sono nascosti pensieri, desideri, segreti che non voglio ammettere di conoscere, ai quali posso solo cedere, o fuggire.
“Fuggire, non è quel che ho fatto fino ad ora?”
« Padam...padam...padam...
Il arrive en courant derrière moi
Padam...padam...padam...
Il me fait le coup du souviens-toi
Padam...padam...padam...
C'est un air qui me montre du doigt
Et je traîne après moi comme un drôle d'erreur
Cet air qui sait tout par cœur. »
“Che cosa ci facciamo noi due qui?!”
Ma al posto di queste parole ne escono altre, leggere, inutili, che non vale nemmeno la pena di ricordare.
Le solite schermaglie.
Io ostento disinvoltura, tanto per non tradire il personaggio che ho deciso di impersonare, o la persona che forse sono diventata, lui è sarcastico, ma non troppo, attirato da questa versione di me che non conosce, ma che aspettava da tempo.
Qualche formula di rito.
– Ma quanto tempo è passato…?
– Tanto, troppo… è bello rivederti.
– Ti trovo benissimo…
– Anch’io… davvero
Il tavolino traballante del caffè ci separa e, come in un tacito rituale, ogni nostro movimento ci avvicina, ma senza farci mai entrare in contatto, non ci sfioriamo, nemmeno casualmente, non parliamo più.
A toccarsi, incuranti del resto, sono solo i nostri sguardi.
Le tazze di caffè vuote tra di noi. Il sole sempre più basso.
No, niente romanticismo, è solo una sfida, un gioco, o un duello, la fine di una partita aperta da troppo tempo.
“Ma quando abbiamo iniziato a darci la caccia?”
Solo che questa volta nessuno dei due vuole perdere, o vincere.
Vogliamo solo sapere come andrà a finire.
Oppure no, siamo solo stanchi di scappare e di inseguirci, perché sappiamo esattamente come andrà a finire.
Pagare, alzarsi, avviarsi all’uscita, insieme.
La stretta sicura ed improvvisa della sua mano intorno al mio polso, l’altro braccio intorno alla vita, la mano poggiata sul mio fianco, e per un attimo il riflesso di resistere, ancora una volta, ma solo per un attimo.
E poi ancora quello sguardo, attraversato da un lampo freddo.
Domani ricomincerò a fuggire e a pormi domande senza risposta.
Ora non mi servono pensieri, paure, domande.
Solo la certezza di quello sguardo, di quelle mani e di quello che promettono.
“Che cosa ci facciamo noi due qui, insieme?”.
« J' m'en fous pas mal.
Il peut m'arriver n'importe quoi,
J' m'en fous pas mal.
J'ai mon amant qui est à moi.
C'est p't'êt' banal
Mais ce que les gens pensent de vous,
Ça m'est égal !
J' m'en fous !
Il y a ses bras qui m'enlacent.
Il y a son corps doux et chaud.
Il y a sa bouche qui m'embrasse.
Ha, mon amant, c' qu'il est beau !
Et puis ' y a l' bal.
Quand je suis dans ses bras, c'est fou.
J' me trouverais mal.
Quand il m' dit : "Viens ! Rentrons chez nous !"
Ah l'animal !
Avec lui, j'irais n'importe où.
L' reste après tout,
J' m'en fous ! »
“Ogni ragazza ha diritto alla sua scena da film…”
- Ce ne hai messo di tempo…
- Anche tu…
- Aspettavo
- Cosa?
- Te. La donna che non volevi ammettere di essere.
- Allora, ho perso?
- No, non direi…
[bacio – dissolvenza]
giovedì 24 gennaio 2008
Trust me
Perché sono venuta a questa conferenza?
Qui al Quark, per giunta.
Chi ha progettato questo hotel doveva essere ubriaco: sembra uno Sheraton dei poveri. Niente stile, spazi immensi riempiti dal nulla. Che brutto posto, pieno di Japan e conventioneers.
Mi sono alzata prestissimo stamattina, sennò quando ci arrivavo qui?
In più non voglio pagare il parcheggio, questo mai, parcheggio libero. Tanto poi non me lo rimborsano, quei taccagni della ditta.
Tra l’altro: chi me la fatto fare di vestirmi così?
Di solito sono più sportiva, ma lui me l’ha chiesto ieri sera.
“Mettiti carina” mi ha detto.
Si è messo pure a scegliermi i vestiti.
“Ma dai, starò seduta tutto il giorno, che mi vesto a fare con la gonna corta e la giacca?”
Niente, come parlare ad un muro, si è già fatto il film in testa
E così, push-up, perizomino (maledetti australiani) e autoreggenti. L’ho pure scampata bella, voleva mettessi il reggicalze, e che altro?
Entro nel megasalone Cassiopea, i nomi delle costellazioni sono un classico in questi hotel.
Sediamoci davanti, così non mi addormento, masochista lo sono di natura, così mi obbligo all’attenzione.
Il relatore è un tipo sulla cinquantina, pochi capelli, pancetta, minimo una settima quadro tendente a dirigente. Auto aziendale, fringe benefits: un arrivato insomma.
Farebbe piacere che non mi fissasse in continuazione, ma se sei davanti e vestita come me, difficile non notarmi.
Soprattutto per le autoreggenti, si vede l’inizio del pizzo, la sciura Brambilla alla conquista del Cavaliere.
Naaah, lasciamo perdere.
Chi ha aperto la porta di sicurezza, quella che da sul giardino?
Arriva aria fredda quindi carico da undici per i miei capezzoli. Adesso puntano il pancettato che, tanto per cambiare, mi scansiona.
Non vorrei essere causa di una sua erezione. Anche se modesta (pastoso, direbbe il pensatore che vive con me) la cancellerei dal curriculum.
Eppoi non mi accontento mai di una mezza via; brava, bella forza.
No è che mi sono abituata bene, non ho mai sopportato le mezze misure, anche lì.
O duro o nulla.
Ma cosa mi sto dicendo? Ma sì, via l’aplomb da professionista, a me stessa lo potrò dire, no?
Che strano, mi piace quello che sto pensando, lui parla di aggredire il mercato e io sento caldo dentro.
Fortunatamente non ne è la causa. Mi chiedo cosa sia.
Ieri sera abbiamo fatto l’amore, dovrei essere soddisfatta, no?
Oddio a veder bene, poteva anche essere meglio, ma su, si arriva a sera che siamo belli stanchi, e io non mi risparmio durante il giorno.
Il lavoro, la famiglia, tu. Ecco forse dovrei pensare un po’ più a me…
Coffee-break. In hotel c’è un centro benessere, quasi quasi… Al diavolo la conferenza. Per la relazione, ci penserò poi.
Bagno turco, bell’idea.
Entro in cabina, mi spoglio, c’è uno specchio, mi guardo.
Capisco perché lui ha sempre quello sguardo quando mi cambio: mi vedesse adesso.
Accappatoio bianco, biancheria usa e getta di Tyvek®. Per i capelli non c’è problema, sembro Valentina (Crepax, altra sua fissa).
Andiamo.
Caldo, tanto, umido, un nebbione, sembra di stare sulla Torino – Piacenza.
Mi siedo, chiudo gli occhi, l’accappatoio l’ho lasciato fuori.
Non c’è nessuno. Chi vuoi che ci sia alle 11 di mattina?
Il bagno turco è tutto per me, da tanto non avevo un po’ di tempo per stare da sola, e la cosa mi eccita.
Questa biancheria di simil carta non la sopporto.
E così, voilà, via tutto, sono nuda.
Mi guardo ancora, prendo la doccetta di acqua fredda e me la passo addosso. Sembra un B-movie per adolescenti brufolosi e segaioli.
Effetto porta di sicurezza due: capezzoli duri come dei sassi, ma adesso il pancettato non c’è.
Ora, più che vedermi, mi intuisco.
C’è un rivolo d’acqua che va dal centro del mio seno al monte di Venere, bagna l’inizio del mio pelo e li si ferma..
Forse ha ragione: chiede continuamente di potermi depilare. Lo vuole fare lui, non mi fido.
Come fai a fidarti di uno che alla mattina si taglia almeno tre volte facendosi la barba? No, non sono pronta, non ancora. Però se adesso fossi senza peli, il rivolo passerebbe per le mie labbra, scorrerebbe sul clitoride e poi scenderebbe giù, fino allo spazio che divide…
Penso ancora a te, a quando dici che vuoi baciare la mia bocca migliore.
ll mio culo adesso scivola sul sedile di mosaico, e le mie gambe… si schiudono? No questo è un verbo da libro Cuore, io le sto aprendo, spalancando. E’ diverso.
Cosa sto facendo? Nemmeno a casa farei una cosa del genere, nel mio bel nido, nulla, non mi fermo.
Ancora la doccetta, è fresca. Il contrasto caldo/freddo mi ingrossa ancora di più il bottoncino che ho appena sotto. Che sto toccando: che le mie dita frullano sempre più veloci.
Se tu fossi qui adesso scoperemmo a morte, perché è quello che vorrei. Scopare con te in mezzo a tutto questo vapore.
No, sono qui da sola, sto per avere un orgasmo e tu dove sei?
A chattare, di sicuro, con quello la. Quello con cui fai progetti. Con cui passi un sacco di tempo in riunioni. Con cui ridi forte come solo gli uomini fanno quando vogliono far sentire al mondo che esistono e decidono.
Prima o poi lo uccido, il tuo amicone.
Basta, sono arrabbiata con me stessa, mi punisco, non basta una mano, con l’altra mi tocco i seni e poi giù, il basso, le profondità.
Come vorrei che mi vedessi adesso, sudata, senza nessun pudore.
Ti verrebbe un colpo.
Sta venendo a me.
Urlo.
Esco, dal bagno turco, ora una doccia, l’acqua tiepida sul mio culo, non male. Sia l’acqua che il culo, intendo.
Mi rivesto, maledetto perizomino. Niente, finisci in borsetta, così impari a dare fastidio.
Mi sento strana, libera.
Pulita.
E stasera, balsamo e rasoio, trust me.
Qui al Quark, per giunta.
Chi ha progettato questo hotel doveva essere ubriaco: sembra uno Sheraton dei poveri. Niente stile, spazi immensi riempiti dal nulla. Che brutto posto, pieno di Japan e conventioneers.
Mi sono alzata prestissimo stamattina, sennò quando ci arrivavo qui?
In più non voglio pagare il parcheggio, questo mai, parcheggio libero. Tanto poi non me lo rimborsano, quei taccagni della ditta.
Tra l’altro: chi me la fatto fare di vestirmi così?
Di solito sono più sportiva, ma lui me l’ha chiesto ieri sera.
“Mettiti carina” mi ha detto.
Si è messo pure a scegliermi i vestiti.
“Ma dai, starò seduta tutto il giorno, che mi vesto a fare con la gonna corta e la giacca?”
Niente, come parlare ad un muro, si è già fatto il film in testa
E così, push-up, perizomino (maledetti australiani) e autoreggenti. L’ho pure scampata bella, voleva mettessi il reggicalze, e che altro?
Entro nel megasalone Cassiopea, i nomi delle costellazioni sono un classico in questi hotel.
Sediamoci davanti, così non mi addormento, masochista lo sono di natura, così mi obbligo all’attenzione.
Il relatore è un tipo sulla cinquantina, pochi capelli, pancetta, minimo una settima quadro tendente a dirigente. Auto aziendale, fringe benefits: un arrivato insomma.
Farebbe piacere che non mi fissasse in continuazione, ma se sei davanti e vestita come me, difficile non notarmi.
Soprattutto per le autoreggenti, si vede l’inizio del pizzo, la sciura Brambilla alla conquista del Cavaliere.
Naaah, lasciamo perdere.
Chi ha aperto la porta di sicurezza, quella che da sul giardino?
Arriva aria fredda quindi carico da undici per i miei capezzoli. Adesso puntano il pancettato che, tanto per cambiare, mi scansiona.
Non vorrei essere causa di una sua erezione. Anche se modesta (pastoso, direbbe il pensatore che vive con me) la cancellerei dal curriculum.
Eppoi non mi accontento mai di una mezza via; brava, bella forza.
No è che mi sono abituata bene, non ho mai sopportato le mezze misure, anche lì.
O duro o nulla.
Ma cosa mi sto dicendo? Ma sì, via l’aplomb da professionista, a me stessa lo potrò dire, no?
Che strano, mi piace quello che sto pensando, lui parla di aggredire il mercato e io sento caldo dentro.
Fortunatamente non ne è la causa. Mi chiedo cosa sia.
Ieri sera abbiamo fatto l’amore, dovrei essere soddisfatta, no?
Oddio a veder bene, poteva anche essere meglio, ma su, si arriva a sera che siamo belli stanchi, e io non mi risparmio durante il giorno.
Il lavoro, la famiglia, tu. Ecco forse dovrei pensare un po’ più a me…
Coffee-break. In hotel c’è un centro benessere, quasi quasi… Al diavolo la conferenza. Per la relazione, ci penserò poi.
Bagno turco, bell’idea.
Entro in cabina, mi spoglio, c’è uno specchio, mi guardo.
Capisco perché lui ha sempre quello sguardo quando mi cambio: mi vedesse adesso.
Accappatoio bianco, biancheria usa e getta di Tyvek®. Per i capelli non c’è problema, sembro Valentina (Crepax, altra sua fissa).
Andiamo.
Caldo, tanto, umido, un nebbione, sembra di stare sulla Torino – Piacenza.
Mi siedo, chiudo gli occhi, l’accappatoio l’ho lasciato fuori.
Non c’è nessuno. Chi vuoi che ci sia alle 11 di mattina?
Il bagno turco è tutto per me, da tanto non avevo un po’ di tempo per stare da sola, e la cosa mi eccita.
Questa biancheria di simil carta non la sopporto.
E così, voilà, via tutto, sono nuda.
Mi guardo ancora, prendo la doccetta di acqua fredda e me la passo addosso. Sembra un B-movie per adolescenti brufolosi e segaioli.
Effetto porta di sicurezza due: capezzoli duri come dei sassi, ma adesso il pancettato non c’è.
Ora, più che vedermi, mi intuisco.
C’è un rivolo d’acqua che va dal centro del mio seno al monte di Venere, bagna l’inizio del mio pelo e li si ferma..
Forse ha ragione: chiede continuamente di potermi depilare. Lo vuole fare lui, non mi fido.
Come fai a fidarti di uno che alla mattina si taglia almeno tre volte facendosi la barba? No, non sono pronta, non ancora. Però se adesso fossi senza peli, il rivolo passerebbe per le mie labbra, scorrerebbe sul clitoride e poi scenderebbe giù, fino allo spazio che divide…
Penso ancora a te, a quando dici che vuoi baciare la mia bocca migliore.
ll mio culo adesso scivola sul sedile di mosaico, e le mie gambe… si schiudono? No questo è un verbo da libro Cuore, io le sto aprendo, spalancando. E’ diverso.
Cosa sto facendo? Nemmeno a casa farei una cosa del genere, nel mio bel nido, nulla, non mi fermo.
Ancora la doccetta, è fresca. Il contrasto caldo/freddo mi ingrossa ancora di più il bottoncino che ho appena sotto. Che sto toccando: che le mie dita frullano sempre più veloci.
Se tu fossi qui adesso scoperemmo a morte, perché è quello che vorrei. Scopare con te in mezzo a tutto questo vapore.
No, sono qui da sola, sto per avere un orgasmo e tu dove sei?
A chattare, di sicuro, con quello la. Quello con cui fai progetti. Con cui passi un sacco di tempo in riunioni. Con cui ridi forte come solo gli uomini fanno quando vogliono far sentire al mondo che esistono e decidono.
Prima o poi lo uccido, il tuo amicone.
Basta, sono arrabbiata con me stessa, mi punisco, non basta una mano, con l’altra mi tocco i seni e poi giù, il basso, le profondità.
Come vorrei che mi vedessi adesso, sudata, senza nessun pudore.
Ti verrebbe un colpo.
Sta venendo a me.
Urlo.
Esco, dal bagno turco, ora una doccia, l’acqua tiepida sul mio culo, non male. Sia l’acqua che il culo, intendo.
Mi rivesto, maledetto perizomino. Niente, finisci in borsetta, così impari a dare fastidio.
Mi sento strana, libera.
Pulita.
E stasera, balsamo e rasoio, trust me.
Duchamp
La riunione è finita, è l’ora di pranzo, ma non si capisce chi pranza solo o insieme a chi.
Tutti si guardano intorno, ma nessuno vuole invitare o farsi invitare.
C’è il massimo rispetto dei rispettivi impegni e non si vuole forzare un invito.
Nonostante sia il 23 gennaio, ci si scambia ancora dei distratti buonanno.
Si parla ancora un po’, diciamo, si cincischia ancora un po’.
Ma io devo andare in bagno.
Meglio: è un’ora che ci devo andare, e continuano a riempirmi il bicchiere d’acqua.
Ho un disperato bisogno di una toilette ma non posso muovermi perché devo verbalizzare.
A dire il vero, la pressione della vescica non mi dispiace.
E’ come sedersi sull’autobus dove c’è la ruota, i sobbalzi mi fanno sempre un po’ bagnare.
Eppoi sarà il pizzo che striscia sulla parte per niente addobbata della mia … beh, whatever.
Di più, domani luce pulsata dall’estetista, stasera lui dovrà aiutarmi a rifinire, altroché uscire col suo amico.
Torniamo in noi: se perdo qualche commento, stai sicuro che è determinante per l’impostazione delle prossime attività: poi devo chiedere, e mi fanno perdere tempo…
Sono in una sala riunioni nuova, mi guardo intorno, non c’è nessuna indicazione.
Ci sono una ventina di telecamere che spiano a spot i vari angoli di Milano.
Io non ne posso più e questi continuano a parlare, in piedi davanti al tavolo.
Provo a chiedere ad un ragazzetto che controlla in simultanea ben 4 video, e mi dice che è fuori.
Cerco di farli smuovere, perché l’uscita è bloccata dai vari gruppetti.
Osservo l’unico giovane che, con zaino alle spalle, ha anche lui mostra una strana fretta.
Gli dico chiaramente che lo saluto per approfittare di questo momento per andare in bagno.
Magicamente trovo un po’ di considerazione sentendomi dire che anche stava cercando la stessa ambita stanza.
La troviamo.
Cerco una sagoma femminile, ma non la trovo.
Allora cerco per esclusione quella maschile, ma non c’è.
Al Comune di Milano, in piazza Beccaria, i bagni sono unisex, proprio quelli del quale avrebbe bisogno l’on. Luxuria.
Nell’antibagno c’è un lavandino con tanto di sapone e salviette.
E nella zona water ci sono rispettivamente; alla mia destra una fila di 5 opere di Duchamp (che cultura, eh?) per i maschietti che la vogliono fare in piedi ed alla mia sinistra 5 porte.
Inizio ad aprirle, una peggio dell’altra.
Alternate trovo turche e water.
Intanto lui è dietro di me.
Alla fine mi decido, preferisco il secondo.
Appoggio la borsa, alzo il vestito, giù le mutandine, voilà solo autoreggenti, (se mi vedesse F. …)
SILENZIO ASSOLUTO.
Mi viene in mente mio marito, quando mi spia mentre faccio pipì.
Rabbrividisco al pensiero che al giovane possa fargli lo stesso effetto.
Trattengo….trattengo…..silenzio ….
SILENZIO
... poi sento lo sciacquone….
Bene ne approfitto e faccio veloce…faccio scorrere l’acqua.
E lì ho un orgasmo, quasi silenzioso, maledetto M-pensiero.
“Signora, si sente bene?” fa lui da dietro la porta.
Ma vattene, va, te la do io la signora: di sicuro ne so di più di quelle che te lo menano nei cessi in università e che riprendi con il telefonino.
“Benissimo, è che non ce la facevo più”
Esco, mi lavo le mani.
Lui mi raggiunge.
Si lava le mani.
Mi guarda.
In silenzio, raggiungiamo gli altri.
Nel frattempo d’accordo: si va a pranzo insieme, alle 14.
Tutti si guardano intorno, ma nessuno vuole invitare o farsi invitare.
C’è il massimo rispetto dei rispettivi impegni e non si vuole forzare un invito.
Nonostante sia il 23 gennaio, ci si scambia ancora dei distratti buonanno.
Si parla ancora un po’, diciamo, si cincischia ancora un po’.
Ma io devo andare in bagno.
Meglio: è un’ora che ci devo andare, e continuano a riempirmi il bicchiere d’acqua.
Ho un disperato bisogno di una toilette ma non posso muovermi perché devo verbalizzare.
A dire il vero, la pressione della vescica non mi dispiace.
E’ come sedersi sull’autobus dove c’è la ruota, i sobbalzi mi fanno sempre un po’ bagnare.
Eppoi sarà il pizzo che striscia sulla parte per niente addobbata della mia … beh, whatever.
Di più, domani luce pulsata dall’estetista, stasera lui dovrà aiutarmi a rifinire, altroché uscire col suo amico.
Torniamo in noi: se perdo qualche commento, stai sicuro che è determinante per l’impostazione delle prossime attività: poi devo chiedere, e mi fanno perdere tempo…
Sono in una sala riunioni nuova, mi guardo intorno, non c’è nessuna indicazione.
Ci sono una ventina di telecamere che spiano a spot i vari angoli di Milano.
Io non ne posso più e questi continuano a parlare, in piedi davanti al tavolo.
Provo a chiedere ad un ragazzetto che controlla in simultanea ben 4 video, e mi dice che è fuori.
Cerco di farli smuovere, perché l’uscita è bloccata dai vari gruppetti.
Osservo l’unico giovane che, con zaino alle spalle, ha anche lui mostra una strana fretta.
Gli dico chiaramente che lo saluto per approfittare di questo momento per andare in bagno.
Magicamente trovo un po’ di considerazione sentendomi dire che anche stava cercando la stessa ambita stanza.
La troviamo.
Cerco una sagoma femminile, ma non la trovo.
Allora cerco per esclusione quella maschile, ma non c’è.
Al Comune di Milano, in piazza Beccaria, i bagni sono unisex, proprio quelli del quale avrebbe bisogno l’on. Luxuria.
Nell’antibagno c’è un lavandino con tanto di sapone e salviette.
E nella zona water ci sono rispettivamente; alla mia destra una fila di 5 opere di Duchamp (che cultura, eh?) per i maschietti che la vogliono fare in piedi ed alla mia sinistra 5 porte.
Inizio ad aprirle, una peggio dell’altra.
Alternate trovo turche e water.
Intanto lui è dietro di me.
Alla fine mi decido, preferisco il secondo.
Appoggio la borsa, alzo il vestito, giù le mutandine, voilà solo autoreggenti, (se mi vedesse F. …)
SILENZIO ASSOLUTO.
Mi viene in mente mio marito, quando mi spia mentre faccio pipì.
Rabbrividisco al pensiero che al giovane possa fargli lo stesso effetto.
Trattengo….trattengo…..silenzio ….
SILENZIO
... poi sento lo sciacquone….
Bene ne approfitto e faccio veloce…faccio scorrere l’acqua.
E lì ho un orgasmo, quasi silenzioso, maledetto M-pensiero.
“Signora, si sente bene?” fa lui da dietro la porta.
Ma vattene, va, te la do io la signora: di sicuro ne so di più di quelle che te lo menano nei cessi in università e che riprendi con il telefonino.
“Benissimo, è che non ce la facevo più”
Esco, mi lavo le mani.
Lui mi raggiunge.
Si lava le mani.
Mi guarda.
In silenzio, raggiungiamo gli altri.
Nel frattempo d’accordo: si va a pranzo insieme, alle 14.
mercoledì 23 gennaio 2008
Stella by starlight
Niente, eravamo io e quel mio amico che guardavamo il lago e ad un tratto lui fa che bella Arona da qua.
Io gli dico si in effetti ha il suo fascino.
Poi basta.
E arriva il silenzio, lo devi gestire, allora parla, no?
Ma senti, faccio io, che rumore di fondo, cosa sarà? sembra che respiri no meglio come se facesse le fusa.
E lui, per me è la statale, o l’autostrada.
Io lo guardo.
Lui mi guarda.
Ma è mai possibile che non si riesca ad essere un po’ romantici noi uomini? faccio io.
Tu sei mica una donna, no? mi fa.
No, dico io, ma cosa c’entra?
Appunto, dice lui, passiamo per finocchi.
Non ci ho avuto nulla da ridire, ma in effetti era la prima volta che guardavo il lago assieme ad un uomo.
A dire il vero prima ci avevamo pisciato dentro, ma son dettagli.
Io gli dico si in effetti ha il suo fascino.
Poi basta.
E arriva il silenzio, lo devi gestire, allora parla, no?
Ma senti, faccio io, che rumore di fondo, cosa sarà? sembra che respiri no meglio come se facesse le fusa.
E lui, per me è la statale, o l’autostrada.
Io lo guardo.
Lui mi guarda.
Ma è mai possibile che non si riesca ad essere un po’ romantici noi uomini? faccio io.
Tu sei mica una donna, no? mi fa.
No, dico io, ma cosa c’entra?
Appunto, dice lui, passiamo per finocchi.
Non ci ho avuto nulla da ridire, ma in effetti era la prima volta che guardavo il lago assieme ad un uomo.
A dire il vero prima ci avevamo pisciato dentro, ma son dettagli.
martedì 22 gennaio 2008
Have you seen my shoes?
Ho trovato una tua vecchia foto in una cartella del mio web.
Non so perché l'abbia tenuta, più probabile che l'abbia dimenticata.
Ci sei tu, anzi, i tuoi piedi, con una scarpa di un colore ed una di un altro.
Come, non so, ma l'avevi fatto.
Forse ti eri vestita al buio, lo facevi spesso, per non disturbarmi, per farmi dormire.
Nessuno doveva sapere che noi... beh, ci vedevamo.
Quel giorno, ero ripassato da te, avevo lasciato lì il mio orologio e visto le tue decolletè blu e nere spaiate.
Non ci ho pensato su due volte, le ho portate in ditta e via, davanti a tutti ti ho inflilato quella nera, stava bene con quel vestito.
Tu mi hai detto grazie.
Io ho detto prego.
Tutti han detto lo sapevamo.
Poi la storia finì, non c'era più il rischio, era quello che ci teneva insieme.
Quel che non ti ho detto, ma te ne sarai accorta, e che mi sono tenuto le decolletè blu che non hai messo quel giorno.
Le tengo li, in una scatola, non la apro, però.
Troppo pericoloso.
Non so perché l'abbia tenuta, più probabile che l'abbia dimenticata.
Ci sei tu, anzi, i tuoi piedi, con una scarpa di un colore ed una di un altro.
Come, non so, ma l'avevi fatto.
Forse ti eri vestita al buio, lo facevi spesso, per non disturbarmi, per farmi dormire.
Nessuno doveva sapere che noi... beh, ci vedevamo.
Quel giorno, ero ripassato da te, avevo lasciato lì il mio orologio e visto le tue decolletè blu e nere spaiate.
Non ci ho pensato su due volte, le ho portate in ditta e via, davanti a tutti ti ho inflilato quella nera, stava bene con quel vestito.
Tu mi hai detto grazie.
Io ho detto prego.
Tutti han detto lo sapevamo.
Poi la storia finì, non c'era più il rischio, era quello che ci teneva insieme.
Quel che non ti ho detto, ma te ne sarai accorta, e che mi sono tenuto le decolletè blu che non hai messo quel giorno.
Le tengo li, in una scatola, non la apro, però.
Troppo pericoloso.
21 gennaio 2008
Beh, sappiamo che questo blog dovrebbe contenere esclusivamente argomenti in cui il 'sesso' la fa da padrone. Tra le regole del nostro 'fight club' personalissimo, ve ne è una che dice che deve esserci un esplicito riferimento al sesso non meno di uno ogni 10 parole.
Fino ad ora me la sto cavando bene anche qui. Ma, io non sono così ricco da potermi permettere due blog e così infrango le regole. Poco, ma le infrango. O almeno ci provo...
Beh, prima di tutto ieri (ieri sera? notte? oggi?) è stata una giornata particolare. Sono molto contento, credetemi Amici miei. Nel breve viaggio in macchina per venire in ufficio ascolto un CD la cui storia è stata rocambolesca fin dall'inizio. Era una notte buia e tempestosa... Non è solo una citazione! Capisco zero di musica, comprendo si e no il 30% scarso delle parole, ma ci sto provando, my Friend, ci sto dando dentro.
Volevo ringraziarvi per tutto quello che ci sta accadendo. A Parigi è successo molto. Mi è venuto il dubbio sia troppo bello per poter durare, ma sono certo che questo non è un legame farlocco! E' vero e spontaneo, teso e rigido solo quel poco che è necessario (...e che ci piace!).
A dimenticavo, avete fatto un altro giro, Auguri!!!
P.S.
Ma le regole le ho infrante o noh?!?!?!
Fino ad ora me la sto cavando bene anche qui. Ma, io non sono così ricco da potermi permettere due blog e così infrango le regole. Poco, ma le infrango. O almeno ci provo...
Beh, prima di tutto ieri (ieri sera? notte? oggi?) è stata una giornata particolare. Sono molto contento, credetemi Amici miei. Nel breve viaggio in macchina per venire in ufficio ascolto un CD la cui storia è stata rocambolesca fin dall'inizio. Era una notte buia e tempestosa... Non è solo una citazione! Capisco zero di musica, comprendo si e no il 30% scarso delle parole, ma ci sto provando, my Friend, ci sto dando dentro.
Volevo ringraziarvi per tutto quello che ci sta accadendo. A Parigi è successo molto. Mi è venuto il dubbio sia troppo bello per poter durare, ma sono certo che questo non è un legame farlocco! E' vero e spontaneo, teso e rigido solo quel poco che è necessario (...e che ci piace!).
A dimenticavo, avete fatto un altro giro, Auguri!!!
P.S.
Ma le regole le ho infrante o noh?!?!?!
giovedì 17 gennaio 2008
A dangerous game reloaded
Ora vorresti capire cosa succede?
Ho impegnato troppo tempo per costruire tutto quanto e adesso non mi faccio fregare, nossignore.
Hai paura, amico mio? Hai capito tardi chi dei due fosse il topo, eh?
Un topo non ha artigli, mentre io… La facevi facile, non ti è mai balenata l’idea d’esserti sbagliato? Sei ancora convinto? Sei ancora attratto ora che te l’ho detto? Non senti bruciare?
Ripenso a quel giorno in cui mi hai chiamata. Ero quasi illusa che tu fossi quello giusto, non era così.
Ti interessava solo il mio culo. Per quanto le tette…
Hai giocato per tanto tempo con me e alla fine?
Debole, sei debole, come tutti voi uomini. E adesso non lamentarti, tanto non funziona.
Non riuscivi a togliertelo dalla testa, ne eri attratto, ne scrivevi, ne parlavi. Oh, come ne parlavi, mon ami.
Sai quali sono le due facce della stessa medaglia? La testa, la tua, e la croce, dove ti metterò.
Ma il gioco vale la candela? Non lo so ma l'ho già accesa e ti piacerà, te lo posso assicurare.
Intanto goditi i piccoli passi che riesci a fare con le caviglie legate, che poi le uniremo in sposalizio ai tuoi polsi, appena arriverai qui.
Cosa dici? Che non vuoi venire? Non farmi fare facili ironie d’avanspettacolo, tu verrai, eccome, ma quando te lo permetterò io, e ti giuro che sarà doloroso, no pain no gain.
Quante volte me lo hai detto piccolino mio, adesso tocca a me.
Ah, un’ultima cosa, ho chiamato una mia amica, sai mi sono fatta guidare dall’istinto, ispirare dagli ideali e ho ritenuto giusto che anche lei possa godere della tua stupenda apertura mentale.
E ti posso assicurare che non sarà l’unica.
Ho impegnato troppo tempo per costruire tutto quanto e adesso non mi faccio fregare, nossignore.
Hai paura, amico mio? Hai capito tardi chi dei due fosse il topo, eh?
Un topo non ha artigli, mentre io… La facevi facile, non ti è mai balenata l’idea d’esserti sbagliato? Sei ancora convinto? Sei ancora attratto ora che te l’ho detto? Non senti bruciare?
Ripenso a quel giorno in cui mi hai chiamata. Ero quasi illusa che tu fossi quello giusto, non era così.
Ti interessava solo il mio culo. Per quanto le tette…
Hai giocato per tanto tempo con me e alla fine?
Debole, sei debole, come tutti voi uomini. E adesso non lamentarti, tanto non funziona.
Non riuscivi a togliertelo dalla testa, ne eri attratto, ne scrivevi, ne parlavi. Oh, come ne parlavi, mon ami.
Sai quali sono le due facce della stessa medaglia? La testa, la tua, e la croce, dove ti metterò.
Ma il gioco vale la candela? Non lo so ma l'ho già accesa e ti piacerà, te lo posso assicurare.
Intanto goditi i piccoli passi che riesci a fare con le caviglie legate, che poi le uniremo in sposalizio ai tuoi polsi, appena arriverai qui.
Cosa dici? Che non vuoi venire? Non farmi fare facili ironie d’avanspettacolo, tu verrai, eccome, ma quando te lo permetterò io, e ti giuro che sarà doloroso, no pain no gain.
Quante volte me lo hai detto piccolino mio, adesso tocca a me.
Ah, un’ultima cosa, ho chiamato una mia amica, sai mi sono fatta guidare dall’istinto, ispirare dagli ideali e ho ritenuto giusto che anche lei possa godere della tua stupenda apertura mentale.
E ti posso assicurare che non sarà l’unica.
sabato 12 gennaio 2008
A dangerous game
Nessuno riuscirà a togliermelo dalla testa.
Ci penso, in continuazione. Ne sono terribilmente attratto, ma nello stesso tempo so che è rischioso, molto rischioso. Mi fa paura il dualismo della cosa, le due facce della stessa medaglia. Ma tutto si riconduce a questo: non potrò giocare il mio gioco senza correre dei rischi.
Se la vita di un uomo è fatta di piccoli passi, ogni passo richiede di essere valutato, da cui il ripetersi della domanda: il gioco vale la candela? Ma alla fine il dubbio è: siamo sicuri che anche la somma delle parti sia uguale all'intero? Ovvero ogni passo debitamente meditato varrà, alla fine, la felicità?
Dobbiamo vivere mossi dall'istinto e dall'eccitazione, guidati dalla ragione e dal cuore, ispirati dagli ideali.
Lo voglio.
Ci penso, in continuazione. Ne sono terribilmente attratto, ma nello stesso tempo so che è rischioso, molto rischioso. Mi fa paura il dualismo della cosa, le due facce della stessa medaglia. Ma tutto si riconduce a questo: non potrò giocare il mio gioco senza correre dei rischi.
Se la vita di un uomo è fatta di piccoli passi, ogni passo richiede di essere valutato, da cui il ripetersi della domanda: il gioco vale la candela? Ma alla fine il dubbio è: siamo sicuri che anche la somma delle parti sia uguale all'intero? Ovvero ogni passo debitamente meditato varrà, alla fine, la felicità?
Dobbiamo vivere mossi dall'istinto e dall'eccitazione, guidati dalla ragione e dal cuore, ispirati dagli ideali.
Lo voglio.
The Paris Match (the other side of…)
E’ sera, la pioggia cade pigra dal cielo. Guardo fuori dalla finestra. E’ bella Parigi, umida. E’ bella Parigi, sempre. Avvolto nei miei pensieri sento bussare alla porta. E' un suono ovattato che mi giunge da lontano.
“Avanti”, mi sorprendo quasi urlare, quando mi accorgo del tempo che è passato. Mi giro e la vedo entrare, sorridente ed affascinante come sempre. Mi saluta con un semplice ciao.
“Che bello vederti qui” rispondo e mi avvicino per baciarla, sulle guance. E’ così da anni, da quando l’ho conosciuta. E come tutte le volte, sento le farfalline nello stomaco. La osservo: è professionale, elegante nel suo tailleur crema. Calma, mi rendo conto che la sto scannerizzando… Un’occhiata fugace, disinvolta, alle gambe e giù fino alle caviglie. E’ in forma stupenda, come me la ricordavo.
“Hai visto che alla fine ce l’hai fatta a venire a vivere a Parigi?”, le dico sedendomi alla scrivania. Indico la sedia di fronte a me: “accomodati” .
“Anche tu però sei finito qui, ti trovo bene”
“Grazie. Si, ma io non ci tenevo veramente. Volevo fare l’imprenditore”, le dico ridendo.
“Sai, dopo quel fatto, le cose si sono messe male.“ L’osservo mentre accavalla le gambe. Non ho voglia di parlare eppure è qui solo per questo.
“Ma ora non mi posso lamentare”, liquido così la mia storia. Non sono mai stato bravo a raccontare di me.
“Comunque sono felicissimo che da ora in poi lavorerai con noi. Da dove vuoi iniziare?” le chiedo fingendomi ansioso.
“E se iniziassimo domani?” fa lei.
“Certo, perché no?!” rispondo dubbioso. E’ già stufa penso.
“Ma tuo marito che fa? Ti aspetta giù nella hall?”
La mia mente vaga alla ricerca di una scusa per trattenerla. Che ne so: una tonnellata di documenti da firmare, una presentazione urgente da mostrare, il suo nuovo ufficio…nulla! Non mi viene in mente nulla.
“Ho mandato mio marito a cena con una mia amica” Ride.
Non sono sicuro di aver capito bene. Lei invece capisce subito che sono sorpreso: “Si, con tua moglie! E’ da quando tu sei in Francia che lui non la vede. Ci teneva, ma è un timido. Mi ha anche brontolato, come al solito!”
Sorrido, sono sollevato, leggero, capisco di avere il tempo necessario “E’ sempre uguale, non cambierà mai! E’ anche per questo che gli sono così affezionato”
“Ti tocchera farmi compagnia questa sera e portarmi a cena!” Dice alzandosi dalla sedia “Dai muoviti che ho fame”. Mi gira la testa. Mi tornano alla mente ricordi, ma non poi di così tanto tempo fa.
“Scommetto che ti va di andare in un ristorante Indiano” Le dico certo della risposta.
“Si, ma chic!” fa lei. “Indiano e chic… fanno a pugni.” Le faccio l’occhiolino. Mi sento un ragazzino. Le “farfalline” impazziscono.
Mi infilo la giacca, prendo la ventiquattrore con il PC. Un gioiello: poco più di sette etti, la potenza di un server di pochi anni fa, un proiettore olografico come display che si vede quasi come gli ultimi LCD. Per vendere la tecnologia bisogna prima averla.
La seguo fuori dalla porta. Non è da cavaliere, mi rimprovero, ma mi consolo osservadole il fondo schiena mentre ci incamminiamo verso l’ascensore. Sempre gli stessi ricordi: la macchina fotografica, la Senna, il capodanno in treno, il pizzo, Topolino.
Sorrido dietro di lei, scuotendo leggermente la testa. Lei, come avvisata da un sesto senso tutto femminile, si volta lentamente a incrociare il mio sguardo. Le mani si sfiorano premendo assieme il tasto di chiamata dell’ascensore.
La cabina scende rapida, guardo il conto alla rovescia sul display, ancora ricordi. Premo lo stop quando siamo al terzo piano. “Cosa fai? Sei impazzito?” Chiede lei.
“Ho una proposta: 60mo piano, galette des rois, Sauternes e Champagne?”
“…au frangipane?” fa lei.
“Au frangipane, bien sure! Se ricordo bene...” Le rispondo mentre premo il pulsante per risalire.
“Sei matto… Ma dove lo prendi il vino e la torta?”
“Non preoccuparti. Conosco un posto, Rue de Rivoli, numero 80. Sono uno dei loro migliori clienti. Conosco la Zingara da anni. Abbiamo corso un rischio io e tuo marito! In mezz’ora avremo tutto quello che ci serve con il vino alla temperatura giusta”.
Mi guarda ed io mi sento come un bambino preso con le dita nella marmellata. “Non lo molli mai il tuo PC?” Chiede “Uhh, beh, si, cioè no. Sai com’e’…”
“Ma nella valigetta hai anche gli altri…tools?” Domanda maliziosa. Affiorano i ricordi, mi sento arrossire, o forse no. Rido “Beh, non bisogna mai farsi trovare impreparati”.
L’ascensore apre le porte. Il sistema di gestione dell’edificio aveva spento le luci normali ed acceso quelle notturne agli UV. Pochi tasti premuti su una console nell’atrio e l’ambiente di nuovo si trasforma con luci soffuse e musica (ma non ne ho mai capito nulla).
“Sarà bello lavorare qui” Dice lei
“Vieni, ti mostro la nostra sala riunioni. Di notte la vista dei tetti di Parigi è fantastica, ricordi?”
“E il Sauternes? Non dirmi che non ti piace più farmi ubriacare…” Mi segue, sento che si sfila le scarpe…
“No, questo no… Ma sono passati anni e poi… Ci sarebbe la panna montata” Farfuglio sempre più accaldato.
“La panna montata? Ma cosa stai dicendo stupidone!”
“ Lascia stare, ti spiego un’altra volta…forse.” La bacio sollevandola e facendola sedere sul grande tavolo di cristallo nero della sala.
“mmm Le corde?” Mi sussurra all’orecchio
“Tranquilla, non mancano… Ma questa volta non mi limiterò a legarti solo i piedi” Le dico mentre i ricordi svaniscono diradati dall’eccitazione del momento.
“E il Sauternes…?”
"Le Donne sono fatte per essere amate non per essere comprese"
O. WILDE
“Avanti”, mi sorprendo quasi urlare, quando mi accorgo del tempo che è passato. Mi giro e la vedo entrare, sorridente ed affascinante come sempre. Mi saluta con un semplice ciao.
“Che bello vederti qui” rispondo e mi avvicino per baciarla, sulle guance. E’ così da anni, da quando l’ho conosciuta. E come tutte le volte, sento le farfalline nello stomaco. La osservo: è professionale, elegante nel suo tailleur crema. Calma, mi rendo conto che la sto scannerizzando… Un’occhiata fugace, disinvolta, alle gambe e giù fino alle caviglie. E’ in forma stupenda, come me la ricordavo.
“Hai visto che alla fine ce l’hai fatta a venire a vivere a Parigi?”, le dico sedendomi alla scrivania. Indico la sedia di fronte a me: “accomodati” .
“Anche tu però sei finito qui, ti trovo bene”
“Grazie. Si, ma io non ci tenevo veramente. Volevo fare l’imprenditore”, le dico ridendo.
“Sai, dopo quel fatto, le cose si sono messe male.“ L’osservo mentre accavalla le gambe. Non ho voglia di parlare eppure è qui solo per questo.
“Ma ora non mi posso lamentare”, liquido così la mia storia. Non sono mai stato bravo a raccontare di me.
“Comunque sono felicissimo che da ora in poi lavorerai con noi. Da dove vuoi iniziare?” le chiedo fingendomi ansioso.
“E se iniziassimo domani?” fa lei.
“Certo, perché no?!” rispondo dubbioso. E’ già stufa penso.
“Ma tuo marito che fa? Ti aspetta giù nella hall?”
La mia mente vaga alla ricerca di una scusa per trattenerla. Che ne so: una tonnellata di documenti da firmare, una presentazione urgente da mostrare, il suo nuovo ufficio…nulla! Non mi viene in mente nulla.
“Ho mandato mio marito a cena con una mia amica” Ride.
Non sono sicuro di aver capito bene. Lei invece capisce subito che sono sorpreso: “Si, con tua moglie! E’ da quando tu sei in Francia che lui non la vede. Ci teneva, ma è un timido. Mi ha anche brontolato, come al solito!”
Sorrido, sono sollevato, leggero, capisco di avere il tempo necessario “E’ sempre uguale, non cambierà mai! E’ anche per questo che gli sono così affezionato”
“Ti tocchera farmi compagnia questa sera e portarmi a cena!” Dice alzandosi dalla sedia “Dai muoviti che ho fame”. Mi gira la testa. Mi tornano alla mente ricordi, ma non poi di così tanto tempo fa.
“Scommetto che ti va di andare in un ristorante Indiano” Le dico certo della risposta.
“Si, ma chic!” fa lei. “Indiano e chic… fanno a pugni.” Le faccio l’occhiolino. Mi sento un ragazzino. Le “farfalline” impazziscono.
Mi infilo la giacca, prendo la ventiquattrore con il PC. Un gioiello: poco più di sette etti, la potenza di un server di pochi anni fa, un proiettore olografico come display che si vede quasi come gli ultimi LCD. Per vendere la tecnologia bisogna prima averla.
La seguo fuori dalla porta. Non è da cavaliere, mi rimprovero, ma mi consolo osservadole il fondo schiena mentre ci incamminiamo verso l’ascensore. Sempre gli stessi ricordi: la macchina fotografica, la Senna, il capodanno in treno, il pizzo, Topolino.
Sorrido dietro di lei, scuotendo leggermente la testa. Lei, come avvisata da un sesto senso tutto femminile, si volta lentamente a incrociare il mio sguardo. Le mani si sfiorano premendo assieme il tasto di chiamata dell’ascensore.
La cabina scende rapida, guardo il conto alla rovescia sul display, ancora ricordi. Premo lo stop quando siamo al terzo piano. “Cosa fai? Sei impazzito?” Chiede lei.
“Ho una proposta: 60mo piano, galette des rois, Sauternes e Champagne?”
“…au frangipane?” fa lei.
“Au frangipane, bien sure! Se ricordo bene...” Le rispondo mentre premo il pulsante per risalire.
“Sei matto… Ma dove lo prendi il vino e la torta?”
“Non preoccuparti. Conosco un posto, Rue de Rivoli, numero 80. Sono uno dei loro migliori clienti. Conosco la Zingara da anni. Abbiamo corso un rischio io e tuo marito! In mezz’ora avremo tutto quello che ci serve con il vino alla temperatura giusta”.
Mi guarda ed io mi sento come un bambino preso con le dita nella marmellata. “Non lo molli mai il tuo PC?” Chiede “Uhh, beh, si, cioè no. Sai com’e’…”
“Ma nella valigetta hai anche gli altri…tools?” Domanda maliziosa. Affiorano i ricordi, mi sento arrossire, o forse no. Rido “Beh, non bisogna mai farsi trovare impreparati”.
L’ascensore apre le porte. Il sistema di gestione dell’edificio aveva spento le luci normali ed acceso quelle notturne agli UV. Pochi tasti premuti su una console nell’atrio e l’ambiente di nuovo si trasforma con luci soffuse e musica (ma non ne ho mai capito nulla).
“Sarà bello lavorare qui” Dice lei
“Vieni, ti mostro la nostra sala riunioni. Di notte la vista dei tetti di Parigi è fantastica, ricordi?”
“E il Sauternes? Non dirmi che non ti piace più farmi ubriacare…” Mi segue, sento che si sfila le scarpe…
“No, questo no… Ma sono passati anni e poi… Ci sarebbe la panna montata” Farfuglio sempre più accaldato.
“La panna montata? Ma cosa stai dicendo stupidone!”
“ Lascia stare, ti spiego un’altra volta…forse.” La bacio sollevandola e facendola sedere sul grande tavolo di cristallo nero della sala.
“mmm Le corde?” Mi sussurra all’orecchio
“Tranquilla, non mancano… Ma questa volta non mi limiterò a legarti solo i piedi” Le dico mentre i ricordi svaniscono diradati dall’eccitazione del momento.
“E il Sauternes…?”
"Le Donne sono fatte per essere amate non per essere comprese"
O. WILDE
venerdì 11 gennaio 2008
Nipples
E così son fuori dalla porta di questo locale cinese, con una voglia di pasta al ragù della mensa che non hai idea.
Ma lei ha voluto così.
Metti che sia una prova, che voglia capire quanto sia grande il potere che esercita su di me. Devo comportarmi bene.
No, devo resistere, anche se gli spaghetti di soia mi tornano su, devo tenere duro, se voglio conquistarla. Inspirare profondamente e rientrare nel ristorante.
Banzai.
Lo so che è giapponese, ma i cinesi non gridano, al limite ti sorridono e dicono “involtino plimavela?”.
Stanotte a casa, poi, mi diluvio un Malox, mi shakero un’Alka Seltzer mi faccio un bicchiere della staffa a base di Geffer, ma adesso devo tener duro, per carità.
Sta finendo, questa cena cantonese, conto gli attimi che mancano al fatidico “che si fa?”.
“Dove andiamo, ora?”
“Decidi tu, vedo che sei un'esperta in fatto di locali”
Sto mentendo, forse si capisce, vorrei rispondesse ‘da te o da me?’
“Ci sarebbe una rumeria, qui sul lago”
Ecchecaspita è una rumeria? Ho bisogno di una parafarmacia, sento un movimento strano, ahia, non va.
“Certo che bell’idea, io amo il rum”
“Dai, che bello! Prima la passione per il cibo orientale, adesso il rum. Abbiamo già due cose in comune!”
Ciccia mia, l’unica cosa che vorrei in comune con te adesso è quello che porti sotto la camicia, o sotto la gonna, scegli tu.
“Davvero, due belle passioni, non vedo l’ora di bermi un bel rummetto invecchiato, dai facciamo in fretta”
Dio che locale da pirla, ma gli "iuppi" non erano spariti con gli anni 80? Ordino qualcosa che non so, un coso caraibico con un nome da pirata, lei invece una tisana.
Tisana? In rumeria? Mi stai prendendo in giro? La tisana te la potevo fare io, ci ho una collezione di tisane, belle ordinate in cucina, e io avrei potuto bermi una Becherovka che mi fa tanto bene, ecco.
“Sai oggi ho fatto una pazzia”
Cosa? Hai scelto il biancospino, invece che il misto frutti rossi? Hai cambiato smalto per le unghie?
“Assì? E che cosa?”
“Sai l’altra volta, quando ci siamo visti, passando davanti a quel negozio di …”
“DI? Dimmi, non ricordo, ne abbiamo visti tanti, in quell’outlet”
“Intimo”
La parola magica, eccola, è arrivata. Sento che il sangue sta cambiando direzione, dallo stomaco al plesso solare. Dite che mi scaldo per niente? Beh, sono un ragazzo alla buona, io. Venuto su a diopatriaefamiglia.
“Ah si? Non ricordo” Mento, pure male ma c’è poca luce e non se ne accorge.
“Si, sai avevo visto quel reggiseno strano, solo col ferretto e senza coppa e…”
E? Cosa, dimmelo, sennò mi salta una coronaria.
“ …e ieri son tornata e l’ho comprato, per giocare, con te”
“Amore, che bella sorpresa”
Cosa stai dicendo? Amore? Mentiresti anche sul tuo nome in questo momento.
Diresti che quella ciofeca caraibica che stai bevendo, dal nome piratesco che nemmeno Gionnidep, è la cosa più buona che ti abbia mai servito un barista, pur con la faccia da cretino come quello che sta dietro il banco, su questo pianeta.
“E… no scusa, mi vergogno un po’”
Vergogna? Aspetta che ti abbia portato nella tana, eppoi vedi la vergogna.
“Su dai non lasciarmi in sospeso”
“Ho comperato anche i copricapezzoli, però adesso non farti brutte idee su di me, io solitamente non porto certe cose. Stasera li ho indossati per gioco, spero che non ti dispiaccia.”
DISPIACERMI?
“Maddai, che bello”
Bella frase, bravo. Di meglio non ti viene, eh?
Mentre deglutivo quell’anatra laccata i tuoi capezzoli premevano addosso a due pezzettini di plastica?
Intanto che spingevo giù a forza quel wonton, la pelle dei tuoi seni era libera e si strusciava sotto il cavallino polo?
Sento un mancamento, se adesso mi dice che sotto alla gonna ha un Wicked Weasel, prendo ferie e scappo con lei al Motel Charlie e passo i miei prossimi dieci anni sulla Paullese.
“Scusa, non volevo turbarti, ma sento una grossa sintonia tra noi”
Trattieniti, non uscire con una battuta stile Bagaglino, abbozza, piuttosto.
“Macché, figurati”
E ti si ferma tutto lì, sull’invenzione del Signor Yoshida.
Ricapitoliamo, hai le tette di fuori, probabilmente un sottile filo australiano sta dividendo il tuo callipigio derriére e io son qui che…
Mi risveglio, il viso del barista davanti al mio.
Il barista?
E lei, dov’è?
Ho la vista annebbiata ma sembra stia parlando con un armadio vestito da paramedico del 118.
Sento freddo e caldo insieme, che sensazione.
Tipica.
Maledetta.
Cinese.
Ma lei ha voluto così.
Metti che sia una prova, che voglia capire quanto sia grande il potere che esercita su di me. Devo comportarmi bene.
No, devo resistere, anche se gli spaghetti di soia mi tornano su, devo tenere duro, se voglio conquistarla. Inspirare profondamente e rientrare nel ristorante.
Banzai.
Lo so che è giapponese, ma i cinesi non gridano, al limite ti sorridono e dicono “involtino plimavela?”.
Stanotte a casa, poi, mi diluvio un Malox, mi shakero un’Alka Seltzer mi faccio un bicchiere della staffa a base di Geffer, ma adesso devo tener duro, per carità.
Sta finendo, questa cena cantonese, conto gli attimi che mancano al fatidico “che si fa?”.
“Dove andiamo, ora?”
“Decidi tu, vedo che sei un'esperta in fatto di locali”
Sto mentendo, forse si capisce, vorrei rispondesse ‘da te o da me?’
“Ci sarebbe una rumeria, qui sul lago”
Ecchecaspita è una rumeria? Ho bisogno di una parafarmacia, sento un movimento strano, ahia, non va.
“Certo che bell’idea, io amo il rum”
“Dai, che bello! Prima la passione per il cibo orientale, adesso il rum. Abbiamo già due cose in comune!”
Ciccia mia, l’unica cosa che vorrei in comune con te adesso è quello che porti sotto la camicia, o sotto la gonna, scegli tu.
“Davvero, due belle passioni, non vedo l’ora di bermi un bel rummetto invecchiato, dai facciamo in fretta”
Dio che locale da pirla, ma gli "iuppi" non erano spariti con gli anni 80? Ordino qualcosa che non so, un coso caraibico con un nome da pirata, lei invece una tisana.
Tisana? In rumeria? Mi stai prendendo in giro? La tisana te la potevo fare io, ci ho una collezione di tisane, belle ordinate in cucina, e io avrei potuto bermi una Becherovka che mi fa tanto bene, ecco.
“Sai oggi ho fatto una pazzia”
Cosa? Hai scelto il biancospino, invece che il misto frutti rossi? Hai cambiato smalto per le unghie?
“Assì? E che cosa?”
“Sai l’altra volta, quando ci siamo visti, passando davanti a quel negozio di …”
“DI? Dimmi, non ricordo, ne abbiamo visti tanti, in quell’outlet”
“Intimo”
La parola magica, eccola, è arrivata. Sento che il sangue sta cambiando direzione, dallo stomaco al plesso solare. Dite che mi scaldo per niente? Beh, sono un ragazzo alla buona, io. Venuto su a diopatriaefamiglia.
“Ah si? Non ricordo” Mento, pure male ma c’è poca luce e non se ne accorge.
“Si, sai avevo visto quel reggiseno strano, solo col ferretto e senza coppa e…”
E? Cosa, dimmelo, sennò mi salta una coronaria.
“ …e ieri son tornata e l’ho comprato, per giocare, con te”
“Amore, che bella sorpresa”
Cosa stai dicendo? Amore? Mentiresti anche sul tuo nome in questo momento.
Diresti che quella ciofeca caraibica che stai bevendo, dal nome piratesco che nemmeno Gionnidep, è la cosa più buona che ti abbia mai servito un barista, pur con la faccia da cretino come quello che sta dietro il banco, su questo pianeta.
“E… no scusa, mi vergogno un po’”
Vergogna? Aspetta che ti abbia portato nella tana, eppoi vedi la vergogna.
“Su dai non lasciarmi in sospeso”
“Ho comperato anche i copricapezzoli, però adesso non farti brutte idee su di me, io solitamente non porto certe cose. Stasera li ho indossati per gioco, spero che non ti dispiaccia.”
DISPIACERMI?
“Maddai, che bello”
Bella frase, bravo. Di meglio non ti viene, eh?
Mentre deglutivo quell’anatra laccata i tuoi capezzoli premevano addosso a due pezzettini di plastica?
Intanto che spingevo giù a forza quel wonton, la pelle dei tuoi seni era libera e si strusciava sotto il cavallino polo?
Sento un mancamento, se adesso mi dice che sotto alla gonna ha un Wicked Weasel, prendo ferie e scappo con lei al Motel Charlie e passo i miei prossimi dieci anni sulla Paullese.
“Scusa, non volevo turbarti, ma sento una grossa sintonia tra noi”
Trattieniti, non uscire con una battuta stile Bagaglino, abbozza, piuttosto.
“Macché, figurati”
E ti si ferma tutto lì, sull’invenzione del Signor Yoshida.
Ricapitoliamo, hai le tette di fuori, probabilmente un sottile filo australiano sta dividendo il tuo callipigio derriére e io son qui che…
Mi risveglio, il viso del barista davanti al mio.
Il barista?
E lei, dov’è?
Ho la vista annebbiata ma sembra stia parlando con un armadio vestito da paramedico del 118.
Sento freddo e caldo insieme, che sensazione.
Tipica.
Maledetta.
Cinese.
Post-it 2
"The Paris match" è un pezzo degli Style Council.
Quando si ha tempo: chiedersi come facesse Paul Weller a uscire con Tracey Thorn.
Schopenauer beccava pochissimo e io non ero/sono da meno.
Una donna che indossa slip da uomo è terribilmente sexy, per me.
Frase che mi gira in testa adesso: "I need a drink and a quick decision"
Quando si ha tempo: chiedersi come facesse Paul Weller a uscire con Tracey Thorn.
Schopenauer beccava pochissimo e io non ero/sono da meno.
Una donna che indossa slip da uomo è terribilmente sexy, per me.
Frase che mi gira in testa adesso: "I need a drink and a quick decision"
Riconosci il marito ™
Un gioco Domino&Dancing
La preparazione
Prendere due mariti e due mogli simpatiche e carine.
Sdraiare le mogli ben bendate su di un letto a due piazze.
Lo svolgimento del gioco
I due mariti si pongono alle spalle delle mogli in modo casuale e, uno alla volta, toccano una parte del corpo di una delle due. Se la moglie indovina chi l’ha toccata, l’uomo deve spogliarsi di un indumento. Se la donna sbaglia sarà lei stessa a doversi privare di un indumento.
La particolarità
I mariti possono toccare le donne con una qualunque parte del loro corpo, stando ben attenti a non farsi riconoscere.
I suggerimenti importanti
Conviene che i mariti non indugino in chiacchere per evitare di farsi riconoscere in continuazione.
Il vincitore finale
L’ultimo che arriva a conservare almeno un vestito indosso. Non si ha notizia di coppie che siano riuscite a completare il gioco.
La variante
Chi perde, oltre a doversi spogliare di un indumento, deve bere un lungo sorso del suo drink preferito.
The Ultimate Version
La preparazione
Prendere due mariti e due mogli simpatiche e carine.
Sdraiare le mogli ben bendate su di un letto a due piazze.
Lo svolgimento del gioco
I due mariti si pongono alle spalle delle mogli in modo casuale e, uno alla volta, toccano una parte del corpo di una delle due. Se la moglie indovina chi l’ha toccata, l’uomo deve spogliarsi di un indumento. Se la donna sbaglia sarà lei stessa a doversi privare di un indumento.
La particolarità
I mariti possono toccare le donne con una qualunque parte del loro corpo, stando ben attenti a non farsi riconoscere.
I suggerimenti importanti
Conviene che i mariti non indugino in chiacchere per evitare di farsi riconoscere in continuazione.
Il vincitore finale
L’ultimo che arriva a conservare almeno un vestito indosso. Non si ha notizia di coppie che siano riuscite a completare il gioco.
La variante
Chi perde, oltre a doversi spogliare di un indumento, deve bere un lungo sorso del suo drink preferito.
The Ultimate Version
Provatelo a Parigi, in una camera di un Hotel Ibis, con bambini che dormono (o no?!) nel letto accanto. L’emozione continuerà la mattina successiva quando sentirete vostra figlia in bagno che chiede a vostra moglie: “mamma, ma cosa ci faceva il papà ieri sera a cavallo della tua amica?!?”
Peeepppeeeeeeeee Pereppeppeeeeeeeeeeeee
M. update: variando il nome dell'albergo o della città il risultato non cambia, lo sguardo della moglie, dopo che la creatura ha proferito la frase di cui sopra, vi incenerirà comunque.
M. update: variando il nome dell'albergo o della città il risultato non cambia, lo sguardo della moglie, dopo che la creatura ha proferito la frase di cui sopra, vi incenerirà comunque.
mercoledì 9 gennaio 2008
The Paris Match
"I have to be leaving, but I won't let that come between us, OK?"
Bill Murray - Lost in translation
Dovevo fare il tassista, così almeno avrei guadagnato qualcosa.
Le ho detto, porto in giro io la tua amica, nessun problema.
Lei mi è seduta di fianco, sorride.
Tu sei rimasta in ufficio.
Accompagnala in albergo, mi hai detto; anzi, portala a cena, non so quando finirò la riunione con l’amministratore.
E dove la porto, ora?
Come dice il poeta: qui fuori è tutto pioggia e Francia.
Faccio un po’ di conversazione, esagero, gigoneggio, quello si che mi viene bene.
Non gradisce, pare, forse, mah.
Non ricordo se è ancora sposata, le guardo l’anulare, c’è un anello. Mi sento sollevato.
“Dove andiamo a cena?” fa lei.
“Decidi tu: che ne dici di un giapponese?”
“No, per favore, pesce crudo, non ce la faccio”
“Puoi prendere una tempura, un fritto, insomma”
“Niente da fare, mi dispiace. Eppoi il fritto mi ingrassa”
La guardo meglio, e dove la ingrasserebbe? Le gambe sono a posto, la gonna corta lo testimonia, il fondo della schiena anche, davanti…
Basta, se ne accorge.
Le parole, diomio, non escono.
Fai in fretta tu, hai la gonna eccetera, io cerco nel mio dizionario una partenza intelligente, manco fossi l’ondaverde, non arriva.
“E se prendessimo la metrò?”
“Brava, bell’idea, dove andiamo?”
“Portami in albergo, prima”
“Sei all’…”
“Ibis, avenue Ledru Rollin, dalle parti della Gare de Lyon”
“Hanno un parcheggio?”
“Certo”
“Allora all’albergo”
Dieci minuti che sto qui e già mi viene il nervoso, frotte di italiani che vanno su e giù, io faccio finta di essere francese, ma chi ci crede?
Eccola che arriva, sorriso, caschetto, dimostra, beh… decisamente meno.
“Su, parigino, portami fuori, stupiscimi, provami che non ti sto antipatica”
Antipatica? Ma se ti rovescerei qui sulla poltrona della hall, calma, CALMA.
“Prendiamo la 1 e scendiamo all’Hotel de Ville, oppure giù a Châtelet e poi con la 4 a Saint-Michel e ci gettiamo nel quartiere latino.”
“Bene, mi va ma attrezziamoci anche per il dopo cena, che consigli?”
“Qui ti stupisco, stai tranquilla”
Hotel de Ville, l’avrò visto milioni di volte, c’è anche la pista di pattinaggio, lei mi sembra contenta, entusiasta, addirittura.
Non illuderti, non farlo mai.
Ora Rue de Rivoli, fermarsi all’80, entrare nell’androne e chiedere della zingara. Lei si stringe a me, io abbozzo un sorriso, complice, così si dice.
La zingara ha una vineria, l’ho conosciuta grazie ad un amico parecchi anni fa.
Entriamo.
Prendo una bottiglia di Sauternes ‘Marquis de Plaisance’ e una bottiglia di champagne 'Aragon', eppoi una galette des rois.
“Non badi a spese, vero?”
“Ordini superiori, sai”
Dopo, Saint Michel, quartiere latino, ristorante greco, mi piace stare sul classico.
Le parole adesso scorrono a fiumi, come il vino. Non esagerare con il cameriere, stai concentrato su di lei.
Pioviggina, sembra che non bagni, forse è un’impressione.
Corriamo in metrò, nel sottopassaggio una signora canta.
“Che canzone è?”
Qui non ti batte nessuno, vai.
“E’ ‘Non Je Ne Regret Rien’ di Edith Piaf. La scrisse quando il suo amante se ne andò: te ne vai ma io non dimenticherò nulla ne’ il bene ne’ il male, con i ricordi ci accenderò il fuoco e ricomincerò.”
“Posso abbracciarti?”
“Gli amici si abbracciano”
Per un momento mi sento come in quella foto di Doisneau ‘Le baiser de l'hotel de Ville’, senza il bacio, però.
Si torna, accalcati sul vagone, le mani sovrapposte sul tubo del corrimano, no per favore.
Verso l’albergo non parliamo, che c’è da dire? Il vino si raffredda, io, l’opposto.
Eccoci qui, la stessa via di anni fa, le stesse parole, forse la stessa fine.
E’ che non c’è fine, tornerai ancora, e io ti aspetterò.
Farò finta di non volerti, di non sapere tutto quello che invece so.
“Sali?”
E lo chiedi?
Anche su di una gamba sola.
“No, è tardi”
“Allora il vino? La galette? Lo champagne?”
“Sono per te. Portali in Italia per celebrare le occasioni mancate”
“L’occasione mancata, non ce ne furono altre”
“E’ vero, è andata così. Bene, male non lo so. Quella stanza, quel gioco, ma io non ho capito”
Canticchia, mi piacciono le donne quando cantano sottovoce.
“Que reste-t-il de nos amours, que reste-t-il de ces beaux jours, une photo, vieille photo de ma jeunesse, que reste-t-il des billets doux, des mois d' avril, des rendez-vous. Un souvenir qui me poursuit sans cesse”
“Sai il francese?”
“No solo queste parole”
“Trenet, nel mio iPod, c’è sempre”
“Anche nel mio”
“Allora, ancora tra un anno?”
“Ancora, contaci”
Per il titolo del post, grazie a Paul Weller.
Bill Murray - Lost in translation
Dovevo fare il tassista, così almeno avrei guadagnato qualcosa.
Le ho detto, porto in giro io la tua amica, nessun problema.
Lei mi è seduta di fianco, sorride.
Tu sei rimasta in ufficio.
Accompagnala in albergo, mi hai detto; anzi, portala a cena, non so quando finirò la riunione con l’amministratore.
E dove la porto, ora?
Come dice il poeta: qui fuori è tutto pioggia e Francia.
Faccio un po’ di conversazione, esagero, gigoneggio, quello si che mi viene bene.
Non gradisce, pare, forse, mah.
Non ricordo se è ancora sposata, le guardo l’anulare, c’è un anello. Mi sento sollevato.
“Dove andiamo a cena?” fa lei.
“Decidi tu: che ne dici di un giapponese?”
“No, per favore, pesce crudo, non ce la faccio”
“Puoi prendere una tempura, un fritto, insomma”
“Niente da fare, mi dispiace. Eppoi il fritto mi ingrassa”
La guardo meglio, e dove la ingrasserebbe? Le gambe sono a posto, la gonna corta lo testimonia, il fondo della schiena anche, davanti…
Basta, se ne accorge.
Le parole, diomio, non escono.
Fai in fretta tu, hai la gonna eccetera, io cerco nel mio dizionario una partenza intelligente, manco fossi l’ondaverde, non arriva.
“E se prendessimo la metrò?”
“Brava, bell’idea, dove andiamo?”
“Portami in albergo, prima”
“Sei all’…”
“Ibis, avenue Ledru Rollin, dalle parti della Gare de Lyon”
“Hanno un parcheggio?”
“Certo”
“Allora all’albergo”
Dieci minuti che sto qui e già mi viene il nervoso, frotte di italiani che vanno su e giù, io faccio finta di essere francese, ma chi ci crede?
Eccola che arriva, sorriso, caschetto, dimostra, beh… decisamente meno.
“Su, parigino, portami fuori, stupiscimi, provami che non ti sto antipatica”
Antipatica? Ma se ti rovescerei qui sulla poltrona della hall, calma, CALMA.
“Prendiamo la 1 e scendiamo all’Hotel de Ville, oppure giù a Châtelet e poi con la 4 a Saint-Michel e ci gettiamo nel quartiere latino.”
“Bene, mi va ma attrezziamoci anche per il dopo cena, che consigli?”
“Qui ti stupisco, stai tranquilla”
Hotel de Ville, l’avrò visto milioni di volte, c’è anche la pista di pattinaggio, lei mi sembra contenta, entusiasta, addirittura.
Non illuderti, non farlo mai.
Ora Rue de Rivoli, fermarsi all’80, entrare nell’androne e chiedere della zingara. Lei si stringe a me, io abbozzo un sorriso, complice, così si dice.
La zingara ha una vineria, l’ho conosciuta grazie ad un amico parecchi anni fa.
Entriamo.
Prendo una bottiglia di Sauternes ‘Marquis de Plaisance’ e una bottiglia di champagne 'Aragon', eppoi una galette des rois.
“Non badi a spese, vero?”
“Ordini superiori, sai”
Dopo, Saint Michel, quartiere latino, ristorante greco, mi piace stare sul classico.
Le parole adesso scorrono a fiumi, come il vino. Non esagerare con il cameriere, stai concentrato su di lei.
Pioviggina, sembra che non bagni, forse è un’impressione.
Corriamo in metrò, nel sottopassaggio una signora canta.
“Che canzone è?”
Qui non ti batte nessuno, vai.
“E’ ‘Non Je Ne Regret Rien’ di Edith Piaf. La scrisse quando il suo amante se ne andò: te ne vai ma io non dimenticherò nulla ne’ il bene ne’ il male, con i ricordi ci accenderò il fuoco e ricomincerò.”
“Posso abbracciarti?”
“Gli amici si abbracciano”
Per un momento mi sento come in quella foto di Doisneau ‘Le baiser de l'hotel de Ville’, senza il bacio, però.
Si torna, accalcati sul vagone, le mani sovrapposte sul tubo del corrimano, no per favore.
Verso l’albergo non parliamo, che c’è da dire? Il vino si raffredda, io, l’opposto.
Eccoci qui, la stessa via di anni fa, le stesse parole, forse la stessa fine.
E’ che non c’è fine, tornerai ancora, e io ti aspetterò.
Farò finta di non volerti, di non sapere tutto quello che invece so.
“Sali?”
E lo chiedi?
Anche su di una gamba sola.
“No, è tardi”
“Allora il vino? La galette? Lo champagne?”
“Sono per te. Portali in Italia per celebrare le occasioni mancate”
“L’occasione mancata, non ce ne furono altre”
“E’ vero, è andata così. Bene, male non lo so. Quella stanza, quel gioco, ma io non ho capito”
Canticchia, mi piacciono le donne quando cantano sottovoce.
“Que reste-t-il de nos amours, que reste-t-il de ces beaux jours, une photo, vieille photo de ma jeunesse, que reste-t-il des billets doux, des mois d' avril, des rendez-vous. Un souvenir qui me poursuit sans cesse”
“Sai il francese?”
“No solo queste parole”
“Trenet, nel mio iPod, c’è sempre”
“Anche nel mio”
“Allora, ancora tra un anno?”
“Ancora, contaci”
Per il titolo del post, grazie a Paul Weller.
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