giovedì 24 gennaio 2008

Trust me

Perché sono venuta a questa conferenza?
Qui al Quark, per giunta.
Chi ha progettato questo hotel doveva essere ubriaco: sembra uno Sheraton dei poveri. Niente stile, spazi immensi riempiti dal nulla. Che brutto posto, pieno di Japan e conventioneers.
Mi sono alzata prestissimo stamattina, sennò quando ci arrivavo qui?
In più non voglio pagare il parcheggio, questo mai, parcheggio libero. Tanto poi non me lo rimborsano, quei taccagni della ditta.

Tra l’altro: chi me la fatto fare di vestirmi così?
Di solito sono più sportiva, ma lui me l’ha chiesto ieri sera.
“Mettiti carina” mi ha detto.
Si è messo pure a scegliermi i vestiti.
“Ma dai, starò seduta tutto il giorno, che mi vesto a fare con la gonna corta e la giacca?”
Niente, come parlare ad un muro, si è già fatto il film in testa
E così, push-up, perizomino (maledetti australiani) e autoreggenti. L’ho pure scampata bella, voleva mettessi il reggicalze, e che altro?

Entro nel megasalone Cassiopea, i nomi delle costellazioni sono un classico in questi hotel.
Sediamoci davanti, così non mi addormento, masochista lo sono di natura, così mi obbligo all’attenzione.

Il relatore è un tipo sulla cinquantina, pochi capelli, pancetta, minimo una settima quadro tendente a dirigente. Auto aziendale, fringe benefits: un arrivato insomma.
Farebbe piacere che non mi fissasse in continuazione, ma se sei davanti e vestita come me, difficile non notarmi.
Soprattutto per le autoreggenti, si vede l’inizio del pizzo, la sciura Brambilla alla conquista del Cavaliere.
Naaah, lasciamo perdere.

Chi ha aperto la porta di sicurezza, quella che da sul giardino?
Arriva aria fredda quindi carico da undici per i miei capezzoli. Adesso puntano il pancettato che, tanto per cambiare, mi scansiona.
Non vorrei essere causa di una sua erezione. Anche se modesta (pastoso, direbbe il pensatore che vive con me) la cancellerei dal curriculum.
Eppoi non mi accontento mai di una mezza via; brava, bella forza.
No è che mi sono abituata bene, non ho mai sopportato le mezze misure, anche lì.
O duro o nulla.
Ma cosa mi sto dicendo? Ma sì, via l’aplomb da professionista, a me stessa lo potrò dire, no?

Che strano, mi piace quello che sto pensando, lui parla di aggredire il mercato e io sento caldo dentro.
Fortunatamente non ne è la causa. Mi chiedo cosa sia.

Ieri sera abbiamo fatto l’amore, dovrei essere soddisfatta, no?
Oddio a veder bene, poteva anche essere meglio, ma su, si arriva a sera che siamo belli stanchi, e io non mi risparmio durante il giorno.
Il lavoro, la famiglia, tu. Ecco forse dovrei pensare un po’ più a me…

Coffee-break. In hotel c’è un centro benessere, quasi quasi… Al diavolo la conferenza. Per la relazione, ci penserò poi.

Bagno turco, bell’idea.
Entro in cabina, mi spoglio, c’è uno specchio, mi guardo.
Capisco perché lui ha sempre quello sguardo quando mi cambio: mi vedesse adesso.
Accappatoio bianco, biancheria usa e getta di Tyvek®. Per i capelli non c’è problema, sembro Valentina (Crepax, altra sua fissa).

Andiamo.

Caldo, tanto, umido, un nebbione, sembra di stare sulla Torino – Piacenza.
Mi siedo, chiudo gli occhi, l’accappatoio l’ho lasciato fuori.
Non c’è nessuno. Chi vuoi che ci sia alle 11 di mattina?
Il bagno turco è tutto per me, da tanto non avevo un po’ di tempo per stare da sola, e la cosa mi eccita.
Questa biancheria di simil carta non la sopporto.
E così, voilà, via tutto, sono nuda.
Mi guardo ancora, prendo la doccetta di acqua fredda e me la passo addosso. Sembra un B-movie per adolescenti brufolosi e segaioli.

Effetto porta di sicurezza due: capezzoli duri come dei sassi, ma adesso il pancettato non c’è.
Ora, più che vedermi, mi intuisco.
C’è un rivolo d’acqua che va dal centro del mio seno al monte di Venere, bagna l’inizio del mio pelo e li si ferma..
Forse ha ragione: chiede continuamente di potermi depilare. Lo vuole fare lui, non mi fido.
Come fai a fidarti di uno che alla mattina si taglia almeno tre volte facendosi la barba? No, non sono pronta, non ancora. Però se adesso fossi senza peli, il rivolo passerebbe per le mie labbra, scorrerebbe sul clitoride e poi scenderebbe giù, fino allo spazio che divide…
Penso ancora a te, a quando dici che vuoi baciare la mia bocca migliore.
ll mio culo adesso scivola sul sedile di mosaico, e le mie gambe… si schiudono? No questo è un verbo da libro Cuore, io le sto aprendo, spalancando. E’ diverso.
Cosa sto facendo? Nemmeno a casa farei una cosa del genere, nel mio bel nido, nulla, non mi fermo.
Ancora la doccetta, è fresca. Il contrasto caldo/freddo mi ingrossa ancora di più il bottoncino che ho appena sotto. Che sto toccando: che le mie dita frullano sempre più veloci.
Se tu fossi qui adesso scoperemmo a morte, perché è quello che vorrei. Scopare con te in mezzo a tutto questo vapore.
No, sono qui da sola, sto per avere un orgasmo e tu dove sei?
A chattare, di sicuro, con quello la. Quello con cui fai progetti. Con cui passi un sacco di tempo in riunioni. Con cui ridi forte come solo gli uomini fanno quando vogliono far sentire al mondo che esistono e decidono.
Prima o poi lo uccido, il tuo amicone.
Basta, sono arrabbiata con me stessa, mi punisco, non basta una mano, con l’altra mi tocco i seni e poi giù, il basso, le profondità.
Come vorrei che mi vedessi adesso, sudata, senza nessun pudore.
Ti verrebbe un colpo.
Sta venendo a me.

Urlo.

Esco, dal bagno turco, ora una doccia, l’acqua tiepida sul mio culo, non male. Sia l’acqua che il culo, intendo.
Mi rivesto, maledetto perizomino. Niente, finisci in borsetta, così impari a dare fastidio.
Mi sento strana, libera.
Pulita.

E stasera, balsamo e rasoio, trust me.

1 commento:

Anonimo ha detto...

...Ma perchè alle conferenze a cui vado io queste cose non succedono mai?!

Oppure si!??!?! Ulp!!!!!